Moira Ricci
di A.TA
20.12.53-10.08.04
Ho incontrato Moira Ricci, una giovane artista toscana il cui lavoro sta vivendo un periodo di grande riconoscimento di critica e di pubblico. Con lei ho fatto una chiacchierata sulla sua ricerca che, attraverso la fotografia e il video, realizza viaggi nel tempo della propria storia personale, rendendo la memoria un luogo di rielaborazione del proprio presente. Ovvero, quando l’autobiografismo reinventa se stesso e ci parla del potere delle immagini...
Nel tuo lavoro usi sia il video che la fotografia. Attraverso entrambi realizzi lavori con materiali e frammenti che appartengono il più delle volte alla tua vita personale, alla tua famiglia, e con un linguaggio molto diretto ti riveli, metti in gioco te stessa e la tua emotività. “20.12.53-10.08.04” è il lavoro con il quale hai cominciato a farti conoscere. Il titolo si riferisce alle date di nascita e morte di tua madre. Racconti una storia entrandoci dentro. Ti intrufoli con un gesto di volontà nel passato, abiti la memoria, la rielabori e ti impossessi di un tempo che non hai mai vissuto. Come è nata questa ricerca?
Questo lavoro è nato alla morte di mia madre. In realtà la possibilità che diventasse un lavoro artistico, è venuta dopo. All’inizio c’era semplicemente una fortissima esigenza personale. Mia madre è morta improvvisamente. Io studiavo a Milano e non la vedevo da tre mesi. Quando sono tornata a casa non potevo credere a quello che era successo. Non volevo vederla in quel modo. Volevo vederla viva. E allora, la prima cosa che ho fatto è andare a cercare le sue fotografie. Dove lei era in vita, sorridente e ignara di quello che le sarebbe accaduto. Il mio desiderio è stato di entrare in quelle foto, entrare in tutte le foto in cui non c’ero. Stare vicino a lei e in qualche modo recuperare il tempo perso. Ho raccolto tutte le foto di mia madre, dalla prima infanzia all'ultimo anno di vita, e successivamente ho inserito in quelle immagini la mia figura accanto alla sua, come se vivessi realmente con lei in quel tempo, il suo tempo. È come se, entrando nelle immagini, avessi voluto fermarmi lì, rimanere insieme a lei, fermare il tempo.
20.12.53-10.08.04
All’inizio è stata quindi un’esigenza personale, un istinto, poi però è subentrata un’elaborazione del significato. Hai realizzato un grande lavoro tecnico sulle immagini nelle quali ti inserisci con un atteggiamento ben preciso, sempre lo stesso: sei vicino a tua madre e la guardi, il tuo sguardo non la lascia mai. Il presente e il passato dialogano in maniera forte e la fotografia ferma una realtà che non è mai esistita. Quando hai cominciato a pensare che questa ricerca personale potesse diventare un lavoro?
Sì, entro nelle immagini e guardo mia madre con un’espressione attenta e preoccupata perché è come se volessi starle accanto ad aspettare il momento in cui lei si muoverà e si girerà verso di me. Come se volessi tornare indietro nel passato per proteggerla. Io so cosa le succederà e vorrei avvertirla, dirle di fare attenzione. Per ogni immagine ho prima studiato le luci, le ombre, e ho cercato di realizzare il mio autoritratto ricreando la stessa situazione luminosa del momento in cui è stata scattata la foto, ambientandolo negli stessi luoghi. Mi sono vestita con gli abiti adeguati all’immagine, in modo semplice così come vestiva mia madre e con Photoshop sono entrata a far parte della foto. Poi ho lavorato sulla grana dell’immagine. Alcune foto sono in bianco e nero, altre a colori, altre ingiallite dal tempo. Quando mia madre è morta stavo facendo la tesi all’accademia di fotografia di Milano. In quel momento ho capito che il lavoro che fino ad allora stavo portando avanti per la tesi non mi interessava più e che invece volevo fare un lavoro su di lei.
Le tue immagini hanno la forza di portare chi le guarda dentro i tuoi affetti, la tua memoria, dentro il tuo album di ricordi che però in qualche modo diventa universale e acquista la forza di suscitare le reazioni emotive di chi guarda. Prima c’è una fase di indagine di archivio, poi una di ricostruzione della realtà. Quello che caratterizza i tuoi lavori e li rende così coinvolgenti è la capacità di rendere, in maniera molto semplice, la tua esperienza percepibile come propria anche da altri. Come vivi l’esposizione del tuo privato e quanto è doloroso il percorso di tornare indietro per cercare tracce, quanto è sofferto questo lavoro sulla memoria?
Io lavoro sulla mia memoria. Lavoro sempre su di me. In realtà questo lavoro mi ha aiutato a rielaborare il dolore immenso che ho provato. Vedere mia madre nelle foto, mi dava la sensazione che fosse ancora con me. Non è facile. Mi sono trasformata in immagine per poterle rimanere accanto. E attraverso la ricerca fotografica in qualche modo ho distanziato il dolore. Ormai mi sono abbastanza staccata, vedo quelle fotografie semplicemente come immagini, non c’è più quella identificazione piena che provavo quando le ho fatte. Lì siamo delle immagini.
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Sei stata la vincitrice italiana di una prestigiosa residenza a New York, che ti ha permesso di trascorrere sei mesi nei locali dell’organizzazione no profit Location One’s Project. Lì hai realizzato il video “Ora sento la musica, chiudo gli occhi, sento il ritmo che mi avvolge, fa presa nel mio cuore”. Anche questa volta il lavoro nasce con un’opera di montaggio e di assemblaggio di vecchi materiali che acquistano così una nuova dimensione narrativa. Tua madre è sempre al centro di questa storia. Stavolta però non è presente nelle immagini. Che ruolo ha e come nasce questo video?
È un video sulla danza. Da piccola volevo fare la ballerina. Ho cercato e raccolto materiale fra le videocassette delle riprese fatte da mia madre mentre ballavo durante i saggi di danza nel mio paese o in casa. Ho scelto i pezzi per me piú significativi. Attraverso questo video rivivo, in qualche modo, il desiderio di mia madre di vedere sua figlia realizzare il sogno che per lei é stato irraggiungibile: diventare una ballerina. Ho abbandonato la danza quando avevo 18 anni perché ho dovuto scegliere tra fare l'accademia di danza a Roma o la scuola di fotografia a Milano. Scelsi la seconda per vari motivi tra cui quello del bisogno adolescenziale di staccarsi da casa e dalla volontà della madre. Mi sono poi pentita di non aver continuato, ma troppo tardi per diventare professionista. Quando lei è morta, ho sentito che non l’avevo accontentata. Ho preso quindi i vecchi video e li ho montati insieme. Nei mesi che ho vissuto a New York ho ballato tutte le sere e tutte le persone che ho conosciuto lì le ho conosciute attraverso la danza. Questo lavoro è così un dialogo con mia madre, per dirle che, anche se non sono diventata una ballerina come lei avrebbe voluto, ballo tutti i giorni della mia vita. Il video é accompagnato da "What a feeling" di Flashdance perché il testo si avvicina a quello che vorrei dirle, ecco perché ci sono i sottotitoli in italiano.
Tu usi sia il linguaggio del video che quello della fotografia, a volte mescolandoli insieme come per il lavoro “Località Collecchio 26”.
"Loc.Collecchio, 26" è un lavoro del 2001 che chiude un’epoca della mia esistenza e ne apre un'altra: racconto la ristrutturazione completa della mia casa natale, con l'inevitabile, perdita di riferimenti, ricordi, consuetudini. In fondo anche in questo lavoro ho cercato di fermare in qualche modo il passato nelle immagini. Ho fotografato i mobili che ho sempre visto all'interno di quelle stanze, li ho isolati, ritagliati e posizionati all'interno del quadro, e così ho fatto con tutte le fotografie che, nel corso degli anni, mia madre mi aveva scattato in quelle stanze. Il risultato è una serie di immagini d'interni popolate da tante me stesse nelle diverse età comprese tra l'infanzia e i 18 anni. Questo lavoro è stato concepito come una sorta di saluto a quella casa che non avrei più rivisto e, forse, anche alle tante Moira che l'avevano abitata negli anni.
Pensi ci sia uno specifico femminile in queste tematiche? Nella capacità cioè di esporre e rendere pubblico il proprio privato, l’uso della fotografia come indagine non solo del mondo sociale ma del sé?
Sì, credo sia vero. Quando ho fatto la tesi ad esempio, oltre al lavoro su mia madre ho fatto una ricerca su altri lavori che hanno affrontato simili tematiche. Gli artisti che ho contatto e analizzato sono quasi tutte donne, tranne Richard Avedon, per il bellissimo lavoro sul padre.
Quali sono gli artisti, i fotografi che ti hanno più segnato?
Ovviamente Cindy Sherman. Facevo il liceo artistico quando ho visto per la prima volta il suo lavoro e ho deciso così di voler studiare fotografia. Poi anche Tracey Moffat e Fontcuberta per il lavoro sull’immagine manipolata.
Proprio la ricerca di Fontcuberta sembra essere un punto di riferimento per il tuo ultimo lavoro “Da buio a buio”. Questa volta non sei presente fisicamente nell’immagine ma lasci spazio a una serie di figure misteriose. Chi sono e
perché questo titolo?
Da buio a buio è la ricostruzione delle storie inquietanti che hanno popolato la mia infanzia, storie che mi raccontavano da piccola quando non volevo mangiare o dormire. Storie su personaggi misteriosi come la Bambina cinghiale, l’Uomo sasso, o il Lupo Mannaro. Sono racconti della mia terra, la Maremma, che nascono da fatti realmente accaduti ma che la gente attraverso il passaparola ha modificato esagerandoli.. Ho voluto raccontare di nuovo queste storie, così come sono arrivate a me e le ho sempre sapute, attraverso però fotografie, video, tracce, ritagli di giornale e altro: una documentazione immaginifica di storie inventate, perché lo spettatore potesse credere all’esistenza di quei personaggi così come ho sempre fatto io da piccola. Il titolo Da buio a buio fa riferimento al titolo di un libro di un contadino maremmano sull'esperienza avuta nella palude durante la bonifica della Maremma sulla costa. Lui scrive che “da buio a buio” si raccontavano storie misteriose e spaventose per dare un pò di adrenalina alle persone che lavoravano nelle paludi lontano dalle loro case e dalle loro famiglie e che vivevano con il pensiero che non sarebbero più tornati a casa per colpa della malaria.
Da buio a buio
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