Mag
19
2010

Conversazione con Pietro Masturzo

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Abbiamo già parlato qui dell’immagine premiata come foto dell’anno dall’ultima edizione del World Press Photo. In occasione dell’inaugurazione della mostra, in corso a Roma presso il Museo di Roma in Trastevere, ho incontrato Pietro Masturzo per una chiacchierata:

La scelta della giuria del World Press Photo di premiare la tua immagine come foto dell’anno ha stupito molti. Il pubblico e gli addetti ai lavori si sono spaccati nel giudicare questa scelta. È un’immagine che può colpire istintivamente per la particolare atmosfera che evoca ma ha sicuramente bisogno più di altre foto di parole che ne spieghino il contesto per essere apprezzata interamente nella sua forza evocativa e narrativa. Come hai vissuto questa scelta?

Sicuramente c’è una grossa novità nella vittoria di quell’immagine. Io credevo e credo moltissimo in quel servizio. Avevo altre storie realizzate durante il 2009, ma ho deciso di inviare al concorso solo le 9 immagini della storia dei tetti di Teheran perché pensavo veramente che fosse qualcosa di giornalisticamente importante. Comunque mai mi sarei aspettato di vincere quel premio e tra l’altro mai con quell’immagine che prima era stato così difficile da pubblicare.
Mi sembra significativo anche il fatto che abbia vinto un fotografo poco conosciuto e freelance: fa capire che una cosa così può succedere, che la convinzione che in concorsi di questo tipo i  premi siano già assegnati è spesso un luogo comune.

Tu sei andato in Iran da indipendente.

Sì, avevo qualche contatto con qualche redazione prima di partire, ma niente di sicuro, come succede spesso. Molti si sono interessati alle foto: “bel lavoro, bella storia” mi dicevano, ma non riuscivo a pubblicarle. Io e Carlo Maddalena, il giornalista che era con me, siamo tornati dall’Iran quando nel paese non c’erano ormai più giornalisti. Quindi al ritorno ci ha intervistato Lucia Goracci per Rai 3; le immagini sono state pubblicate su un piccolo mensile piuttosto sconosciuto e poi più niente. Tra l’altro sono tornato da Teheran il 1 luglio, quindi tardi giornalisticamente parlando, quando tutti avevano già pubblicato sulla situazione iraniana. Un po’ per il ritardo, un po’ per il tipo di immagini, è stato quindi molto difficile pubblicarle. La storia dei tetti di Teheran continuava però a rimanere poco conosciuta. Qualche blog ne aveva parlato, su youtube erano cominciati a circolare dei video, ma poche fotografie.

Sei rimasto un mese a Teheran, e in quello stesso periodo hai realizzato anche il servizio Iran Today, composto quasi interamente da immagini notturne.

Sì, Iran Today è stato realizzato soprattutto prima delle elezioni, qualche scatto dopo. I primi 15 giorni prima delle elezioni, l’atmosfera era abbastanza intensa; la sera c’era quasi un’aria di festa: caroselli di motorini e ragazzi che scendevano in strada. È vero che anche in quei giorni ho assistito a delle violenze. Solo per il fatto che questi ragazzi scendessero in piazza i Basij arrivavano e bastonavano senza scrupoli. Eppure c’era la speranza e la voglia di trovare un modo per stare tutti insieme, cantare, inneggiare ai propri leader. Dopo le elezioni è chiaramente cambiata la città.

Ed è diventato più difficile lavorare. La cronaca non si poteva più raccontare quindi sei stato quasi costretto a spostare l’attenzione lontano dalla mischia per continuare a parlare di quello che stava succedendo?

Alla fine sì. Sono stato arrestato dopo 2 giorni dal mio arrivo in Iran. La polizia mi ha restituito tutto il materiale ma mi ha intimato di non farmi più vedere in giro. Io avevo promesso che sarei andato via da Teheran. Quindi è stato più difficile ricominciare a lavorare. Sentivo di avere tanto da raccontare e non sapevo come farlo. A pochi giorni dalle elezioni sono venuto a conoscenza di questa storia e c’è stata una svolta. Quello che dovevo fare era riuscire a vincere la diffidenza della gente.

Come ci sei riuscito? Come sei salito sui tetti?

Avevo tantissimi contatti a Teheran. Una volta che si è sul posto, si instaura poi una sorta di catena per cui avevo conosciuto molti studenti, tante persone. Ho passato solo i primi due giorni in albergo, poi sono sempre stato ospitato; ho avuto così la possibilità di discutere con gli iraniani e di vivere realmente con loro i giorni delle elezioni. La sera in cui ho scoperto la protesta sui tetti ero in un appartamento con diversi studenti iraniani che discutevano di cosa stava succedendo nel loro paese. Ho chiesto spiegazione su quelle grida e loro mi hanno spiegano cos’erano quelle voci, qual’era il loro valore simbolico. La gente di Teheran si dava appuntamento ogni sera alle 22 sui tetti della città per gridare Allah u Akbar, Allah è grande, in segno di protesta, esattamente come lo stesso Kohmeini li aveva invitati a fare 30 anni fa. La storia mi ha colpito. Sono così salito sul tetto di quella stessa casa, il giorno dopo su un altro tetto e ho deciso di raccontare questo aspetto della protesta.

Che tipo di scelte formali hai attuato per queste fotografie?

Le persone avevano paura di essere visti e di essere fotografati. La prima volta che sono salito sul tetto non riuscivo a vedere nessuno perché rimanevano tutti abbassati per paura di essere visti anche dai tetti vicini. Non è stato semplice fotografare. Ho cominciato a fotografare con tempi lunghi senza cavalletto, con lo sfocato, in modo che le persone venissero mosse. Mi interessava rendere l’atmosfera. Avendo poi una macchina digitale mostravo alle persone le immagini che scattavo e così hanno cominciato ad avere fiducia in me. Le immagini in cui i volti sono più identificabili non le ho usate. Quello che mi interessava era far sentire in qualche modo quell’atmosfera, quelle grida.

Tu sei laureato in Relazioni Internazionali, com’è nata la consapevolezza di voler diventare fotografo?

Quello che studiavo mi piaceva molto ma mi sono reso conto che non volevo iniziare una carriera diplomatica. Viaggiavo sempre tanto e a un certo punto mi sono reso conto che mi interessava il racconto dell’altro, il giornalismo, e mi interessava farlo per immagini.
Ho fatto una scuola comunale serale a Roma. Ho iniziato con uno stage al fotografico di AP, poi ho cominciato a collaborare con qualche agenzia e a realizzare qualche reportage.

Questo premio, a questo punto della tua esperienza professionale in qualche modo ti carica di una responsabilità maggiore. Quali sono le tue idee per il futuro, pensi di continuare la scelta di lavorare da freelance?

Beh sì, ti carica sicuramente una responsabilità maggiore. Vorrei continuare a dimostrare che anche con un certo tipo di immagini si può fare giornalismo, che ci si può allontanare dalle classiche immagini da newspaper e fare comunque informazione. Da un anno ho formato un collettivo, Kairos Factory, con altri 4 fotografi che ho conosciuto lavorando per un’agenzia di cronaca. Poi ci siamo resi conti che non è la cronaca quello che ci interessa. Ci interessa di più scendere in profondità nelle storie. Per questo abbiamo creato un collettivo: non hai lo svantaggio di lavorare da solo e quindi di doverti sbrigare tutto in solitudine. La collaborazione e il confronto quotidiano ti danno forza. Naturalmente non abbiamo la potenza di un’agenzia nella distribuzione e nei contatti. Però ci sono diversi vantaggi per cui continuo a credere in questo tipo di collaborazione. Sicuramente, tra l’altro, questo premio mi permetterà il prossimo anno di lavorare con un po’ più di tranquillità.

Hai fatto un servizio sull’Aquila. Nelle tue immagini l’attenzione è spesso concentrata sul sistema mediatico e sul senso di gelido contrasto tra le luci dei riflettori che illuminano e raccontano la tragedia e la tragedia stessa. Sei andato lì con l’intenzione di raccontare questo o è un’esigenza che è nata sul posto?

In quei giorni all’Aquila mi sono sentito molto a disagio. Sono andato lì per lo stesso motivo per cui sono andati tutti i giornalisti. Ero lì per un’agenzia e quindi dovevo coprire la cronaca dei fatti. Mi sentivo a disagio perché era una caccia alla notizia che spingeva a far passare in secondo piano  l’umanità della storia. Ho fatto le foto che l’agenzia chiedeva ma nel frattempo descrivevo quello che era il mio rapporto con quella storia, la mia reazione nell’assistere ovunque a scene da cinema: piazze allestite a set cinematografici, la giornalista che si prepara e si trucca per il servizio quando dietro di lei c’è la distruzione.


Una domanda per capire il tuo percorso visivo: ricordi qual è stato il primo fotografo che ti ha conquistato, quello che ti ha fatto innamorare della fotografia? In genere c’è un primo amore, poi inevitabilmente lo sguardo pian piano cambia e matura. Riusciresti a condensare l’evoluzione del tuo gusto fotografico in tre nomi fino ad arrivare a un tuo punto di riferimento contemporaneo?

Sicuramente Koudelka è stato il primo fotografo che mi ha impressionato. Oltre alla sua fotografia mi colpiva il suo modo di vivere, il bisogno costante di essere in viaggio. Anche Salgado all’inizio mi ha commosso, mi interessava molto il racconto sulla fatica e il lavoro dell’uomo. Poi i fotografi Magnum in generale sono sempre stati un punto di riferimento. Mi piace in particolare il lavoro di Paolo Pellegrin ad esempio. Oggi, per quanto riguarda il lavoro sul colore, seguo e mi piace la fotografia di Davide Monteleone, anche per una questione di condivisione di un interesse geografico. Sono legato alla Russia e al Caucaso e mi piace il suo modo di coniugare l’informazione e la poesia.

Un progetto futuro?

Vorrei tornare in Iran e continuare a raccontare la situazione del paese. Poi con gli altri fotografi del collettivo Kairos abbiamo in mente un progetto sui porti del Mediterraneo.


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