Forever Young
di f.db
Difficile immaginare che a Bob Dylan piaccia la fotografia. Non da un punto di vista estetico, ma filosofico. Figuriamoci quando è lui il soggetto. In perenne trasformazione, non è stato mai uguale a se stesso, rifiutando di essere inchiodato a semplice e monodimensionale icona del pacifismo e dei diritti civili all’inizio della carriera e a monumento a se stesso in questi suoi incredibili ultimi anni di carriera. Impossibile dare di lui un’immagine univoca, ogni concerto è diverso dal precedente, la mutazione fisica e vocale costante e imprevedibile, i gusti le passioni e le ossessioni in perenne fluire. A chi meglio che questo ragazzo di provincia, nato a Duluth, nel Minnesota, ma cittadino di nessun luogo e dunque di tutti, all’inseguimento di chissà quali demoni dalla fine degli anni 80 con la serie dei concerti del cosiddetto Never Ending Tour, si può applicare il “tutto scorre” eracliteo? E come raccontare una vita e una personalità di questo tipo? Inutile cercare di decifrare l’enigma in una delle sue tante pseudo-autobiografie, che giocano con lettore non rivelandogli quasi nulla, se non episodi marginali, gusti musicali, idiosincrasie, non chiarendo alcuno dei mille misteri di quasi cinquanta anni di carriera. Todd Haynes, regista di Io non sono qui, lo ha fatto interpretare da sei attori diversi, tra cui un bambino nero e una donna, la straordinaria Cate Blanchett, per rendere conto di questo perenne divenire. Pare che Dylan abbia apprezzato. Le fotografie sono pericolose, fissano un istante tra un milione e gli danno una valenza generale, pretendendo a volte addirittura di rivelare l’essenza e l'anima del soggetto, ovvero di farsi simbolo di un'epoca intera, attraverso le cosiddette icone. Raccontare un mondo, un periodo, una persona attraverso delle fotografie assume in quest'ottica davvero contorni donchisciotteschi e un po' infantili. La vita, la realtà è molto più complicata. Forte di questa consapevolezza anche la fotografia diventa, come qui, straordinario racconto di un divenire, priva di qualsiasi pretesa di assoluto. Un'ambizione più modesta forse, ma più in linea con la sensibilità moderna e con le sue effettive possibilità.
Nel libro da cui sono tratte queste riproduzioni, Early Dylan di Barry Feinstein Daniel Kramer e Jim Marshall con prefazione di Arlo Guthrie, vediamo il primo Dyaln, quello del periodo folk e della formazione, in trasformazione da timido ragazzino di provincia a idiosincratica star del rock and roll, lo vediamo nei concerti folk a Newport e pronto alla svolta elettrica. Il Forever Young di Dylan non è uno stato permanente congelato in un passato fissato e definito una volta per tutte, piuttosto uno stato dell'anima, una mutazione senza fine, che continua ben oltre l’adolescenza anagrafica. Chissà se in questa foto e in questo video con Johnny Cash ci si riconoscerebbe ancora.
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