Dietro l'immagine - Salvatore Esposito
di Salvatore Esposito
Abbiamo chiesto a Salvatore Esposito di scegliere una sua immagine e di raccontarcene la storia.
Mi sento piuttosto in difficoltà a scegliere una sola tra le mie immagini. Ci sono diverse foto che mi piacciono a livello estetico, ognuna trasmette un'emozione diversa e ognuna ha una sua storia molto interessante che mi ha portato a compiere quello scatto. Spesso per un fotogiornalista, a mio avviso, è quasi più bella la storia che c'è dietro uno scatto che lo scatto in sé. Il mio piacere sta nel fatto che considero "l'avvicinamento" del soggetto da fotografare e "l'intimità" da raggiungere con esso il "vero" lavoro fotografico. Una volta stabilito un certo rapporto con il soggetto le foto vengono da sole, sono convinto che se un fotografo di reportage sociale sa gestire bene i rapporti umani allora potrà creare bellissime immagini. Prima di dedicarmi al reportage sociale ho fatto una esperienza fotogiornalistica di news per un quotidiano napoletano; questo mi imponeva di lavorare in maniera veloce, per forza di cose un po' più esterna alle storie. È vero che anche lì ho realizzato degli scatti che mi piacciono.
Ho poi però deciso di cambiare e di avvicinarmi di più alla gente, ascoltarla per capire meglio la loro realtà, cercando di abbattere quella barriera che a volte esiste tra la stampa e delle realtà difficili che si sentono spesso profanate e mal raccontate da quel giornalismo di news che deve per forza mettere la notizia su carta il giorno dopo. Sicuramente la storia che mi ha impegnato di più, emotivamente e come tempo, è stato il racconto su Scampia; probabilmente una delle mie foto preferite è questa: un ragazzo che posa con la sua pistola sul terrazzo delle Vele a Scampia vicino alla piscina. Scelgo di parlare di questa immagine per molti motivi. Innanzitutto per me rappresenta un po' il simbolo della fine di quel reportage, era una delle ultime foto, sentivo quindi che stavo per completare uno dei miei lavori più impegnativi. Poi è iconografica, cioè riesce a parlare anche da sola senza il resto delle foto della storia. Da sola ha la forza di spiegare le cinque "w" inglesi e cioè Who-What-Where-When-Why (chi,cosa,dove,quando e perché). È una fotografia che racchiude a pieno poi ciò che in quartieri come Scampia è una mentalità. Un modo di vivere. Un modo di porsi e di affrontare le cose, a volte l'unico modo che si conosce. Sentirsi forte è indispensabile in ambienti dove la sopraffazione è uno dei modi di fare più frequenti, dove regna l'insicurezza e la sfiducia verso tutto e tutti.
Emozionalmente è davvero duro spiegare la storia che c'è dietro questa immagine perchè dovrei raccontare i due anni di lavoro che ho speso con i ragazzi. Questa foto è innanzitutto il risultato del rapporto che ho saputo costruire con ragazzi difficili, difficili da avvicinare e da conquistare sotto il profilo della fiducia. Quindi quello che più mi emoziona è il fatto che si siano fidati di me a tal punto da esibire un'arma e farsi fotografare con essa. Quel gesto mi faceva capire che ero entrato in sintonia con loro e che non si sentivano profanati da un giornalista, che erano disposti a lasciare raccontare nella maniera più semplice il loro mondo a una persona che sentivano li rispettava.
In particolare quello era un bel giorno di un caldo luglio napoletano e ormai me ne andavo a zonzo per le Vele di Scampia da due anni. Qui le persone avevano allestitio, chi poteva farlo, delle piccole piscine sui terrazzi dove i bambini facevano a gara con i tuffi. Era un modo economico di creare refrigerio: da quelle parti sono in pochi a potersi permettere le vacanze. Giravo con questo ragazzo per la Vela, ma senza alcuna pretesa fotografica - ormai pensavo di avere finito il mio lavoro - si chiacchierava del più e del meno. A un certo punto lui mi porta su uno di questi terrazzi e si toglie la maglietta dal caldo. Tira fuori la pistola dalla cinta. Ci capiamo con gli occhi, io guardo la piscina, guardo la pistola. Lui mi chiede: "Vuoi fare una foto eh?" e subito mi accontenta: in posa per me!
Ci sono molte cose che ricordo con piacere di questo lavoro, tra queste, i molti dialoghi fatti con quei ragazzi di malavita. Ero stupito di come a volte, parlando singolarmente con ognuno di loro venissero fuori delle discussioni inteliggenti, curiose, umane. Questa per me era la prova che il gruppo imponeva la legge del più forte. In questi dialoghi una volta mi sono sentito dire :" Ecco tu hai capito". Era un'allusione al fatto che io, nonostante stessi lì e vedessi il loro modo di vivere, non li giudicavo e cercavo di raccontare con meno enfasi possibile la loro storia in una maniera che si avvicinasse quanto più possibile alla realtà. Ho sempre cercato di non tradire le loro aspettative e ho sempre cercato di tutelarli anche dal mercato editoriale stesso. Mi sono sentito un privilegiato a poterli raccontare, un fotografo fortunato che è potuto entrare in contatto con una realtà che non si lascia raccontare facilmente, perché molte volte la stampa generalizza, la telvisione enfatizza e non si parla mai delle cause che generano una situazione sociale ma si mette solo sotto accusa il risultato di quella situazione. Ancora oggi qualcuno di loro mi cerca, con qualcuno mi incontro e prendo il caffè. Alla fine quando ci salutiamo con la promessa di rivederci, risalgo sulla mia vespa proprio come allora, quando cercavo di raccontare la loro storia e andando via penso: questo è il risultato del mio lavoro! Sono riuscito a raccontare e a rispettare, ho svolto il mio unico compito, quello di essere un fotogiornalista.
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