Giu
07
2010

Le fotografie che hanno colonizzato il nostro immaginario.

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Abbiamo chiesto a Michele Smargiassi, giornalista di Repubblica e autore del blog Fotocrazia, di raccontarci quali immagini sono state particolarmente significative nella sua vita. Ecco la sua risposta.

Cara Camera Lucida,

Le fotografie che cambiano davvero la nostra vita non sono mai fotografie pubbliche. Sono sempre immagini private, investite di significati, relazioni, echi che solo poche persone, forse una sola, possono decifrare. Per questo mi permetto di scimmiottare Roland Barthes e mi dico spiacente di non potervi mostrare le mie, giacché in realtà non sono davvero mie: sono solo affidate a me, che non ne possiedo la disponibilità morale. Non so: se volete, potete mettere tre rettangoli bianchi.

Posso però parlarne, per farmi capire. Sono tre fotografie, dicevo. Due di esse sono ritratti dei miei due figli. La prima è una fototessera in bianco e nero, la seconda un banale fotocolor. Non ne conosco neppure gli autori. I miei figli li ho visti per la prima volta così, in queste immaginette insufficienti e infedeli, congelate e penosamente mute, prima di poterli raggiungere ed abbracciare e poi protare a compimento le pratiche burocratiche per adottarli. Quelle due foto furono, ciascuna per molti mesi, l’unica cosa che possedevo dei miei figli; la mia immaginazione (a volte anche i miei sogni) le animava, ricavando da loro più di quanto legittimamente potessero dare; molto di quel carico emotivo è rimasto intriso nelle loro fibre, trasformandole in oggetti sacri. Ma per me, solo per me. La terza fotografia la scattai io, ai miei genitori, come souvenir di una gita al lago di Carezza, premendo il bottone della Voigtländer di papà nel preciso istante in cui mia madre avvertiva la prima fitta del male che in breve tempo me l’avrebbe rubata: in quel rettangolo c’è la sua smorfia di sorpresa e di dolore, c’è lo sguardo interrogativo e preoccupato di mio padre, c’è la mia inconsapevolezza adolescente del dramma che incombeva, già pronta a trasformarsi in senso di colpa ogni volta che avrei riguardato quell’immagine dura e violenta, l’immagine-soglia, l’immagine crinale tra adolescenza e maturità, tra spensieratezza e rimpianto.

Tutte le altre fotografie – una vita intera di fotografie guardate, amate, memorizzate – appartengono alla parte accessibile al pubblico del mio archivio interiore, ma di nessuna mi sento di dire che mi abbia cambiato la vita. Piuttosto, molte di esse sono state cambiate dalla mia vita. Alcune foto che ho molto amato in cetri momenti mi si sono spente fra le dita pian piano, come candele – penso per esempio a Walk to the Paradise Garden di W. Eugene Smith, che un tempo mi commuoveva e poi, non saprei dire quando, ha cominciato a sembrarmi retorica.

Però non voglio abbandonare il gioco che mi proponete senza aver giocato almeno un piccolo round. E allora vi propongo due fotografie che hanno forse non cambiato, ma strutturato l’immaginario della mia generazione, aprendo e chiudendo un’epoca. Due ritratti simili e opposti, due volti viventi quando furono catturati (catturati: è Freud che mi suggerisce questa parola…) dall’obiettivo, ma che nella rispettiva cattività figurale vennero trasfigurati in icone.

Il primo piano di Ernesto Che Guevara ricavato da una fotografia di Alberto Korda, prelevato e fatto ridisegnare da Giangiacomo Feltrinelli per una copertina e da lì proiettato nel martirologio della rivoluzione; e il ritratto Polaroid di Aldo Moro nella cella delle Brigate Rosse, che esaurito il suo desolante mandato prese posto al fianco dell’altro, come suo drammatico, beffardo contraltare. La sorte accomuna questi due santini della storia: sia l’uno che l’altro oggi ci parlano di un’infinità di cose, tranne che della carne e dei nervi che un giorno ne furono la matrice.

Michele Smargiassi

Giugno 2010

1-continua


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