Dietro l'immagine - Antonio Zambardino
di Antonio Zambardino
Abbiamo chiesto ad Antonio Zambardino, fotografo di Contrasto, di scegliere una sua immagine e di raccontarcene la storia:
Questa fotografia, e il lavoro fotografico di cui fa parte, sono nate nel Regno di Tonga in Aprile, dove mi sono recato per scattare una storia sulle malattie non comunicabili; nello specifico volevo lavorare sull' obesità al seguito dell'antropologa Gaia Cottino, che da anni conduce a Tonga delle ricerche approfondite. Tonga infatti è al quinto posto al mondo per il tasso di obesità, secondo i dati resi disponibili dall'OMS (Organizzazione mondiale della Sanità).
Ho cercato la storia giusta per un po', ma nonostante i miei sforzi per ottenere un lasciapassare dall'ospedale non trovavo qualcosa di convincente. Cercando di capire in che direzione muovermi, mentre camminavo intorno ai relitti delle navi spiaggiate dai cicloni, che le hanno irrimediabilmente parcheggiate sul reef ad arrugginire, mi sono trovato davanti a un'immagine apocalittica che mi ha entusiasmato.
Uno dei giorni seguenti, metre ero sulla barriera corallina a lavorare, incontrai un pescatore a cui chiesi di farsi ritrarre. Lui, molto gentilmente, accettò. Pioveva a dirotto, cosa molto comune a Tonga, dove ci sono solo 2 stagioni: quella secca e quella umida. Mettendolo a fuoco il soggetto, restai colpito dalle increspature dell'acqua intorno ai suoi piedi. Alle sue spalle si stagliava, sfuocato a riempire il fotogramma, il relitto arrugginito di una nave. Nel complesso una foto molto bella.
Tornato a casa iniziai delle ricerche e in un trafiletto dell'ABC australiana scoprii che a Tonga non solo il livello del mare si sta alzando, come in tutto il mondo, ma che qui il fenomeno è più rapido che altrove: nel 2006 la tendenza era di più o meno un centimetro all'anno, il più alto della regione.
Riguardando i ritratti del pescatore pensai che sarebbe stato interessante realizzare una serie di immagini quasi concettuali, cercando tongani vestiti con l'uniforme della loro professione, incastrarli in un'icona del lavoro e de-contestualizzarne poi i ritratti mettendoli a mollo, letteralmente con l'acqua fino alle ginocchia. Il giorno dopo quindi, forte della mia intuizione, certo di quanto sarebbe risultato grottesco chiedere a chiunque di entrare in acqua vestito e farsi fare una foto, andai alla stazione di polizia di Nukualofa.
Molti potrebbero pensare che io abbia dovuto pagare per ottenere che posassero così, ma bisogna conoscere la mentalità tongana per comprendere che invece non è necessario. Fatta eccezione per l'arrivo della cristianità una vera colonizzazione non è mai avvenuta a Tonga. Qui non si respira quell'avversione verso l'uomo bianco ben palpabile altrove, anzi c'è benevolenza. I tongani sono generalmente curiosi verso i bianchi.
La stazione di polizia è un tugurio e per arrivare all'entrata dovetti camminare in una pozza d'acqua piovana alta tre centimetri gocciolante dal tetto. L'atrio è un corridoio di venti metri quasi privo di illuminazione in mezzo al quale c'è una finestrella con l'agente dell'accettazione. Chiedo di parlare con un superiore e vengo invitato a entrare nell'ufficio dove vengo fatto sedere alla scrivania di una matrona tongana di 130 chilogrammi. Per certi versi è esilarante vedere questa signora grassissima che comanda questi ragazzoni dall'aria stanca, ma ben disposti a ubbidirle. Non mi stupisce però troppo perché nelle settimane precedenti ero stato ben informato sul ruolo della donna a Tonga. Nella famiglia tongana infatti la sorella maggiore è la personalità più importante della famiglia, quella a cui vengono donati tutti i regali durante il funerale dei fratelli. Normalmente mentre le sorelle maggiori si riposano in veranda, i giovani maschi fanno il bucato. Vedere questo capitano donna che comanda a bacchetta i poliziotti è quindi abbastanza familiare. Le racconto delle notizie che ho trovato, le mostro il biglietto da visita e le chiedo di "prestarmi " qualche agente per una ventina di minuti. Le spiego bene il mio obbiettivo: ritrarli in acqua in divisa. Lei sorride, si alza dalla scrivania e va nell'altra stanza dove 6 o 7 agenti sono riuniti intorno ad un tavolo, parla in tongano e gli dice di venire con me. In venti minuti mi dice che sarebbero arrivati puntuali al molo.
20 minuti dopo seduto nel mio scassone a noleggio con volante a destra vedo sbucare la volante della polizia. È un pick-up, ci sono 4 agenti a bordo che si presentano con grandi sorrisi e mi chiedono istruzioni. Entrare in acqua dico io; " ma con le scarpe ? " no no le scarpe toglietevele pure.... cerco di rimanere serio quanto posso dando indicazioni il più chiaramente possibile, ma i due poliziotti rimasti in macchina si stanno già sbellicando dalle risate. Nel frattempo tanto per cambiare piove a dirotto, ma io già godo perchè penso che la pioggia sulla cresta dell'acqua possa acuire la sensazione apocalittica che cerco. Scatto la foto in digitale poi tiro fuori la mamiya a telemetro, monto la pellicola e riscatto.
Non so per quale strana ragione, ma quando scatto delle foto in serie, il primo scatto è sempre il migliore. E in questo caso non è stato quello in medio formato.
Finita la sessione mi chiedono per quale importante pubblicazione abbiano dovuto ridicolizzarsi davanti all'intero molo, e io ovviamente garantisco che ne è valsa la pena! Ci salutiamo con grandi sorrisi e poco dopo mi metto in macchina ancora con i pantaloni bagnati con cui anch'io sono entrato in mare e guido verso l'ospedale a cercare due medici da mettere in mare, ma mentre guido mi accorgo di essere entrato in mare con il cellulare in tasca che ovviamente non dà segni di vita, la vittima di uno scatto fortunato, che per fortuna è resuscitato settimane dopo, dopo un bagno di acqua dolce e tanta tanta fede.
Scorci dal Sudafrica - David Goldblatt
di A.TA
Scope in vendita. Transvaal, 1999.
David Goldblatt fotografa il suo Sudafrica da più di 50 anni. Il suo bianco e nero ha raccontato le lotte e l'evoluzione di una società instabile e complicata. Le sue immagini a colori hanno continuato a scandagliare la politica e il senso della vita quotidiana del Sudafrica del post Apartheid.
Avviso dell'imbianchino Corrie Jacobs. Johannesburg, 1999.
L'imbianchino Corrie Jacobs. Johannesburg, 2000.
Venditore ambulante. Johannesburg, 2002.
Case in costruzione in abbandono, 2006.
3 premi per il nuovo documentario contemporaneo
di f.db
fotografia tratta da So far from God, too close to America di Jérôme Sessini

fotografia tratta da Norhtern Caucasus di Davide Montelene

fotografia tratta da La messa è finita di Andrea Di Martino
So far from God, too Close to America di Jérôme Sessini, La messa è finita di Andrea Di Martino, Northern Caucasus di Davide Monteleone sono i vincitori, rispettivamente, del premio F (International Award for Concerned Photography promosso da Forma e Fabrica, con in palio 20.000 euro oltre alla possibilità di pubblicare un libro e di realizzare una mostra a Forma), del Premio Amilcare G. Ponchielli, promosso dal Grin (Gruppo Redattori Iconografici) con la partnership di Unicredit (che acquisisce le opere del miglior progetto fotografico per un valore di 5000 euro) e del Free Lens Award For Young Photojournalism del Lumix, Festival for Young Photojournalism di Hannover (primo premio 10.000 euro). Accanto ai vincitori le giurie hanno indicato altri progetti meritevoli di segnalazione: Carry Me to Ohio di Matt Eich, vincitore del F25 Award, Simone Donati con Welcome to Berlusconistan, Daniele Dainelli con Rural China, Riccardo Venturi con Haiti Aftermath, Dedicated to women of Kyjov libro dell’anno di Miroslav Tichy, per i giurati del Premio Ponchielli, e infine Emiliano Larizza (Haiti Aftermath), Johan Bävman (Albinos in Tanzania), Munem Wasif (Salt Water Tears, Bangladesh), Thomas Lekfeldt (A Star in the Sky) e Ilana Panich-Linsman (progetto multimediale Fifteen), premiati dal Lumix Festival.
A parte la conta dei vincitori, colpisce la quantità e la qualità dei documentari in concorso o in mostra, da cui sembra che la crisi della fotografia documentaria non sia tanto produttiva o di idee, quanto piuttosto di finanziamento e infine di visibilità o, meglio ancora, di senso complessivo. Perché e per chi questi documentari vengono prodotti? Qual è l’audience che vogliono raggiungere? Su internet tutto (o comunque molto) è visibile e disponibile gratuitamente, e il ruolo di filtro e selezione è svolto certamente molto bene da festival e concorsi, a mancare però è un contesto un po’ più ampio con cui dialogare, un tempo garantita dai giornali mainstream; ne consegue la perdita di centralità rispetto al dibattito pubblico e l’affievolirsi della relazione con la cultura non di settore. Rinchiuso nei festival, nelle rassegne, nei premi e perfino nei musei, il documentario sembra rivolgersi a una nicchia di specialisti, parlando soprattutto ad un pubblico di appassionati e professionisti, tagliando fuori tutti gli altri, primo fra tutti il pubblico generalista, ossia i cittadini, bisognosi di un'informazione, anche visiva, seria, onesta, di qualità.
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