Feb
04
2010

Foto sparse nel cassetto - Alexandra Boulat

Attenzione: apre in una nuova finestra. E-mail

di Laura Leonelli


Alexandra Boulat/VII©

©Alexandra Boulat/VII

Le ha guardate da vicino come nessuno prima di lei. Donna tra le donne, Alexandra Boulat ha esplorato il mondo femminile islamico con una sensibilità e un senso giornalistico straordinari. È stata infatti la combinazione di questi elementi, gentilezza e determinazione, eleganza pittorica e intimità con i soggetti ritratti, a fare di lei una delle migliori reporter di guerra degli ultimi anni. Dai Balcani all’Afghanistan, dal Pakistan all’Iran, dall’Iraq alla Palestina. Ovunque, un volto femminile a raccontare il dramma, e se censurato da un velo a parlare bastava un dettaglio. Come queste mani, quasi un libro aperto per raccontare l’odio, quasi una coppa per accogliere dal cielo la benedizione di dio. Il 20 ottobre 2001, a poche settimane dall’attentato delle Torri Gemelle, Alexandra Boulat è in Pakistan. Il Generale Musharraf si è appena alleato a fianco degli Stati Uniti contro i Talebani. La popolazione insorge. A Peshawar gli uomini bruciano l’effige del presidente Bush, a Quetta le donne pregano maledicendo l’America. Eppure, nella violenza di una guerra che già allora si annunciava senza fine, la Boulat riesce a soffermarsi sui piccoli dettagli, sfumature, un ricamo di henné, quell’accordo di cielo e di fumo tra i veli e di nuovo le mani che sembrano vuote di ogni speranza. “Si può raccontare una guerra senza far vedere una pistola”, diceva la Boulat. Non è da tutti. Lei invece c’è riuscita, mostrando due sagome di donne nere che a Baghdad fuggono dal saccheggio dei palazzi ministeriali con il loro misero bottino. O a Gaza, seguendo la tragica passeggiata di un gruppo di bambini, sedie in mano, alla ricerca di una classe dopo il bombardamento della loro scuola. Oppure alla stazione degli autobus di Teheran, dove un profugo afgano, tornando a casa, scrive “I hate you Iran”. In quattro lettere, il dramma dell’esilio. Ancora una mano che cerca amore e scrive odio

Alexandra Boulat/VII©

©Alexandra Boulat/VII

Tratto dal volume Foto:Box, Contrasto

   
Feb
03
2010

Foto sparse nel cassetto - Sergio Larrain

Attenzione: apre in una nuova finestra. E-mail

di Alessia Tagliaventi


©Sergio Larrain/Magnum Photos

Valparaiso è la città dell’estremo limite. Come la Macondo di Cent’anni di solitudine è non solo un luogo del mondo, ma uno stato d’animo. Un sogno, un’immagine. Per la mente occidentale è un’idea romantica di lontananza, il pensiero di un altro da sé dove poter vivere la meraviglia e lo stupore. Qui, in questa piccola e paradossale “valle del paradiso”, tra i suoi vicoli e le sue infinite salite e discese, Sergio Larrain realizza alcune tra le sue foto più celebri. Larrain è cileno e il suo paese si colora, per natura e per cultura, di quel realismo magico latinoamericano che trasforma i luoghi in miti che sfidano ogni tempo. Tutto ciò che accade è insieme naturale e miracoloso, spiegabile e assurdo, vecchio e nuovo, necessario e gratuito, comune e unico. Come due bambine che scendono una dietro l’altra, una uguale all’altra, giù per uno dei mille cerros che vanno al porto, origine e fine della città. La prima sta per abbandonare la luce, l’altra per esserne investita. Entrambe passo dopo passo, composte, scompariranno per immersione, in un orizzonte che non c’è, nascosto da un muro che è una porta per l’immaginazione. Un momento: una combinazione di linee così meravigliosamente fugace da sembrare eterna. Mondo fisico e mentale si confondono in un equilibrio fragile per il quale non si può che credere a Sergio Larrain quando dice che questa sarebbe “la prima fotografia magica mai presentata”.

Tratto dal volume Foto:Box, Contrasto

   
Feb
03
2010

Le stampe di Magnum cambiano casa

Attenzione: apre in una nuova finestra. E-mail

di Alessia Tagliaventi


Magnum Photos ha venduto il suo storico archivio cartaceo. L’annuncio è apparso sul sito dell’agenzia il 2 febbraio. La notizia è di quelle che colpiscono, ma c’era da aspettarselo. A metà dicembre, quasi 200.000 stampe originali dei più grandi fotografi del nostro tempo hanno traslocato dagli scaffali dell’ufficio Magnum di New York e hanno viaggiato in segreto fino ad Austin in Texas. Ad acquistare questo unico patrimonio storico e culturale è stata la MSD Capital, una finanziaria che fa capo al magnate dei computer Michael Dell. L’archivio è composto da press prints, stampe che servivano per far circolare le immagini tra giornali e riviste prima dell’era digitale. Le più vecchie risalgono agli anni Trenta, prima ancora della fondazione di Magnum (avvenuta nel 1947), e appartengono al leggendario reportage di Robert Capa sulla Guerra civile spagnola. Le più recenti sono invece del 2003 anno in cui, nel pieno della rivoluzione digitale, si è smesso di utilizzare press prints per far circolare le immagini.

Le nuove tecnologie e la crisi economica impongono a tutti gli attori del mercato della produzione fotografica di reinventarsi senza indulgere in nostalgie. Come molte altre agenzie fotografiche, Magnum già da anni è impegnata a digitalizzare il suo archivio cartaceo e, nel 2006, i fotografi membri della cooperativa hanno votato perché si iniziasse a esplorare la possibilità di una vendita di quelle stampe che nel frattempo avevano acquistato un enorme valore. Il fascino del vintage si paga e all’agenzia serviva ossigeno per le sue casse esangui. Non si conosce la cifra dell’acquisto, ma sembra che l’archivio sia stato assicurato per 100 milioni di dollari. Le stampe cambiano così proprietario ma i diritti di riproduzione delle immagini rimangono a Magnum. La vendita assicura all'agenzia il capitale necessario per crescere e rinnovarsi affrontando le sfide che un nuovo panorama del fotogiornalismo inevitabilmente impone. Ma fa anche qualcosa d'altro: considera l'intera collezione come un'opera d'arte iscrivendola all'interno dei canoni della storia dell'arte. Per fortuna infatti, questo enorme patrimonio visivo, non verrà, almeno per il momento, rinchiuso in inaccessibili e congelati bunker sotterranei. L’accordo prevede che i nuovi proprietari depositino le 200.000 stampe, almeno per cinque anni, presso l’Harry Ransom Center dell’università di Austin, un’istituzione prestigiosa che tra l’altro vanta nella sua collezione la prima fotografia della storia, la Veduta di Gras di Nièpce. Così le spoglie materiali di immagini memorabili che hanno raccontato il nostro tempo potranno essere oggetto di studio e di ricerca invece di impolverarsi negli scaffali di un ufficio. Almeno per il momento non detta legge solo il mercato. Fra cinque anni chi lo sa. Di sicuro, queste reliquie di un’era ormai passata, con addosso i segni del tempo e le annotazioni a mano dei loro autori, acquisteranno sempre più valore. D’altra parte come ha dichiarato Glenn R. Fuhrman, uno dei co-manager partner della MSD Capital e famoso collezionista d’arte contemporanea, “una collezione di stampe come questa non esisterà mai più”.

   

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