Seba Kurtis e il Post-Documentario
di f.db
Seba Kurtis è un fotografo argentino che risiede a Manchester, la cui intera opera è legata in maniera imprescindibile alla sua storia personale e ai grandi temi della società contemporanea. Fa parte di un gruppo di artisti chiamato Piece of Cake: Network for Contemporary Images. Avendo avuto la fortuna di incontrarlo durante il festival di fotografia Fotosintesi a Piacenza, gli ho rivolto qualche domanda, a cui ha gentilmente risposto. Pubblichiamo sia la versione italiana che quella originale in inglese.
Seba Kurtis is an Argentine photographer based in Manchester, whose artwork is closely related with his own experience and the great issues of recent history and contemporary society. He is part of a group of artsits called Piece of Cake: Network for Contemporary Images. As I had the chance and the pleasure to meet him during Fotosintesi Festival in Piacenza, I asked him a few questions that he kindly asnwered. We publish both the Italian and the English versions (the English below the Italian one).
Una delle cose più interessanti nel tuo lavoro è la presenza della storia nella vita delle persone. La ricerca estetica è sempre funzionale al racconto della realtà.
La ragione è che non potrei creare nulla senza l’influenza della mia esperienza personale. Non ho avuto una formazione artistica classica, dunque la realtà è la mia fonte principale di ispirazione ed è questo che voglio trasmettere con il mio lavoro. Inoltre ha più senso per me ricercare, incontrare persone, vedere i luoghi. Ho vissuto e lavorato in posti simili e vissuto situazioni comparabili a quelle delle persone di cui racconto le storie. In definitiva credo che la forma finale dei miei progetti derivi dalla mia visione romantica del ruolo del fotografo e dalla mia insofferenza per le regole del documentario tradizionale o come lo si vuole chiamare.
In Shoe Box racconti la storia della tua famiglia, che ha subito gravi perdite finanziarie in seguito a una delle numerose crisi economico-politiche che hanno colpito l'Argentina contemporanea. attraverso le foto ricordo conservate in una scatola di scarpe. Queste immagini hanno la funzione di rievocare un periodo felice, irrimediabilmente finito e nella tua rivisitazione artistica mantengono esattamente lo stesso carattere e la stessa funzione tipica di tutte le foto di famiglia. Perpeturare la memoria, provare che qualcosa "è stato".
Hai ragione. Per mia madre era vitale recuperare la scatola di scarpe dopo tutto quello che ci era capitato. Ho parlato con lei qualche tempo fa, ora lei ha un computer e a questo proposito le ho ricordato che se l'hard disk si dovesse rompere perderebbe tutte le foto contenute. Mi è sembrata turbata, come se la memoria nella nostra mente non fosse sufficiente, abbiamo bisogno di un supporto, della carta, abbiamo bisogno delle prove per verificare che quello che ricordiamo sia veramente avvenuto, per far rivivere momenti importanti, irrimediabilmente sfuggiti col tempo.
In Immigration Files hai affrontato il tema dell’immigrazione collegando le esperienze personali degli immigrati con i provvedimenti e le decisioni sul tema prese a livello politico, permettendoci di riconoscere le origini, gli scopi e i risultati che sulla vita reale hanno le grandi decisioni dello stato o degli organi sovranazionali. Sembra tu voglia anche ricordare che in questo processo siamo tutti coinvolti.
Sì, credo che sia così, quando ad esempio noi definiamo delle persone illegali commettiamo un grave errore, come se qualcuno possa essere definito illegale per il solo fatto di esistere. I mezzi di comunicazione di massa, i governi e l’opinione pubblica trattano il fenomeno dell’immigrazione solo da un punto di vista criminale. E noi accettiamo questa situazione invece di dire: “ehi aspetta un momento, c’è qualcosa di sbagliato, perché le multinazionali americane o europee possono andare in uno di quei paesi da cui gli immigrati provengono e invece le persone in fuga dalla fame o dalla guerra che arrivano qui vengono trattate da criminali? Siamo tutti coinvolti in un modo o nell’altro.
Il tuo lavoro dimostra che la fotografia impegnata non è scomparsa, ha solo cambiato forma, aggiornandosi e tenendo conto dei linguaggi più contemporanei. Mi pare che ci sia spesso un malinteso di fondo, abbastanza diffuso, che porta a sovrapporre l’idea di reportage e di fotografia impegnata con la “street photography” degli anni ’50. Se quello stile fa ormai parte del passato, non lo è certo il bisogno di affrontare le grandi questioni del mondo e raccontarle per immagini. Nel tuo lavoro fai questo, affronti situazioni fondamentali con un linguaggio contemporaneo. E dimostri la validità e l'attualità di questo che è un atteggiamento verso il mondo prima che un tipo di fotografia.
Grazie ad artisti come Paul Graham, che ha aperto nuove strade, continuando a riflettere sul mezzo fotografico, oggi è possibile comunicare al pubblico in maniera più cerebrale. Oggi la fotografia sta cambiando davvero velocemente ed è più facile per i nuovi artisti che hanno voglia di dire qualcosa, farlo e trovare un linguaggio interessante e innovativo attraverso lavori importanti. Penso che tu abbia ragione, siamo in un momento davvero eccitante per la fotografia. La fotografia impegnata non deve solo far vedere gente che fa l’elemosina, che muore di fame, in bianco e nero. La gente ha capito che la fotografia sta cambiando. Paul Graham ha detto recentemente: “Siamo ormai nell’epoca della fotografia post-documentaria”.
L'ultima domanda riguarda i nuovi progetti a cui stai lavorando.
Sto lavorando a un progetto chiamato “A ground smoothed down by death” sulle 30.000 persone scomparse in Argentina (i desaparecidos, ndr) durante una delle dittature più violente nella storia dell’America Latina. Stavo vivendo una bellissima infanzia nello stesso momento in cui migliaia di persone venivano torturate nei campi di detenzione clandestini. È un tema molto rappresentato nell’arte argentina, ma non così noto in Europa o in Gran Bretagna. Ha avuto un grande impatto sulla mia vita e sento la necessità di fare qualcosa su questo.
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One of the most interesting things in your work is the presence of history in the lives of people. It seems that your idea is that art shouldn't be just aesthetic research but above all a means to face with reality.
Well, I couldn’t really create anything without influences from my own personal experiences emerging. I didn’t have the chance to come from an Art background, so reality was the only kind of form I could express through my work. Therefore it made more sense for me to do the research, to meet the people, to see the places… I lived and worked in similar places, I had been in similar situations… And I think the aesthetic came along with my romantic notion of being a photographer, along with a bit of rebellion about the manipulation of the medium or documentary photography or whatever you want to call it…
In Shoe box you recall the history of your family and your personal experience after the financial disruption caused by one of the economic and political crisis which struck Argentina in its recent history. It's impressive to see how the big issues affect single lives. Sometimes we observe politics and economic decisions without thinking about it. In that project you used snapshots taken from your family's album. You used them properly in my opinion, focusing on their most important goal: vernacular and family photos are taken by people to save on smaill pieces of paper their own memory. They prove that things did happen.
Yes, you are right, for my mom it was vital to rescue the ShoeBox after all that had happened to us. Few days ago, I spoke with her aand, as she now has a computer, I asked her about the “small pieces of paper” she's now storing on her pc. I asked her if she knew that if the hard drive broke she would loose all her new photos. She was mortified by this, as if the real memories in our mind are not enough. Probaly we need the paper, we need the documentation to prove that somehing really happened… to re-live those elusive emotions.
With Immigration files you mixed your personal experiences with immigration laws deployed by governments. This procedure allows us to recognize the origins, the goals and the results of the actions of the different subjects involved, from voters, to parliaments to migrants. It seems you are saying that everyone is involved, that every choice and every decision have consequences in real lives.
Yes, even for us to call people illegal, how someone can be illegal for just being… the media, the governments put the immigration phenomena as something criminal, and we all accept it as that, instead of saying, no wait a minute, something is wrong here… why American or European multinational companies can go and fuck up a whole country and then when people are starving and want to come here to work we treat them as criminals… we are all involved in one way or another…
Your work shows that concerned photography has not disappeared, on the contrary it has now new forms fit for these times. Sometimes there is a confusion between the street photographers style of the 50's and the idea of concerned photography. In my opinion art must face contemporary issues. And it must do it with a contemporary language. That is exactly what you do.
Thanks to artists like Paul Graham, that open new paths, always investigating the medium, trying new strategies to engage the audience in a more cerebral way, today photography is moving forward really quickly. And it makes it more easy for new artists who want to say something and create important work. And you are right, we are in a really exciting time for photography, concerned photography doesn’t have to just show people begging or dying in black and white, people have started to understand that photography is moving on… like Paul Graham said this year: “We are clearly in a Post Documentary photographic world now”
The final question I want to ask you is about your new upcoming projects.
I’m working on a project called “A ground smoothed down by death” and it is about the 30.000 people whom disappeared in Argentina during one of the most violent dictatorships in the history of Latin America. I was having a great childhood whilst at the same time thousands of people were being tortured in clandestine detention camps… It’s an area that has been represented frequently by many argentine artists, but doesn’t appear to be widely understood by the people in the UK or most parts of Europe, it has had a huge impact on my life and I feel the necessity to do something about it…
Brava Giovanna, tutto è come sembra
di f.db
Fare pubblicità a una vernice non deve essere facile. A tutto c’è un limite però. Dalla pubblicità, che per giunta siamo obbligati a sorbirci, ci aspettiamo un po’ di rispetto per le nostre intelligenze. Da osservatore non ostile, tutt’altro, trovo che alcuni spot siano interessanti, sorprendenti, visivamente stimolanti. Lo sono, credo, quando sono sovversivi, ribaltando pregiudizi e luoghi comuni, offrendo punti di vista laterali e inconsueti. Lo sono quando mescolando alto e basso ci dicono qualcosa sulla contemporaneità o sulle nostre vite, oppure quando riproducono, rovesciandoli, e smascherandoli nei casi più interessanti, i meccanismi della comunicazione, dei mass media, della nostra cultura e della pubblicità stessa.
Ce ne sono vari esempi. Dunque rispetto. In generale. Ammirazione. In qualche caso. Fastidio. In altri. Tipo questo.
Forse non ne riesco a cogliere l’ironia, ma qui si assiste ad una sequenza interminabile dei luoghi comuni più triti sia nella sceneggiatura, il marito manager che torna dal lavoro, la brava mogliettina che cura la casa, la cameriera sexy già pronta a concedersi al maschio alfa, l’ammiccamento sessuale, che nell’iconografia, dai colori alle luci all’abbigliamento agli sguardi dei personaggi. Sembra una commediaccia sexy degli anni 80 oppure l’inizio di un brutto film porno. Qualcuno dirà che proprio lì sta l’ironia. Che è una presa in giro e una messa in discussione di quegli stessi stereotipi, che ci troviamo di fronte alla versione popolare di un’opera di Cindy Sherman. Quello che non si capisce è quando avvenga il rovesciamento di significato, dove scatti lo svelamento del reale pensiero degli autori dietro questa scenetta. Parafrasando il maestro Franco Battiato qui “tutto è come sembra”.
Il vulcano Eyjafjallajokull, Frankenstein e l’anno senza estate
di f.db
foto Ingolfur Juliusson
Nel 1816 Mary Shelley, Lord Byron, John William Polidori e altri amici si richiusero in una villa vicino a Ginevra, in Svizzera, dove, a causa dell’insolito maltempo, trascorsero il tempo sfidandosi a chi avrebbe inventato la storia più inquietante. Mary Shelley scrisse Frankenstein. La fine delle guerre napoleoniche, l’insolito freddo invernale e il cattivo tempo estivo rovinarono i raccolti e causarono carestie. Le forti piogge provocarono inondazioni e secondo alcuni studi epidemie coleriche in diverse parti del mondo.
Il 1816 è ricordato come l’anno senza estate o anche l’anno della povertà.
Queste informazioni sono tratte da wikipedia, mentre il parallelo storico mi è stato suggerito da un amico parlando dello strano maggio che stiamo vivendo. Perché al mio amico Davide è venuto in mente il 1816? Perché quell’anno il clima era stato sconvolto dall’eruzione del vulcano Tambora in Indonesia che provocò nevicate a maggio in climi temperati e un’estate simile all’autunno. Quando finì l’estate cominciò il vero autunno.
Se oggi il vulcano Eyjafjallajokull, oltre a bloccare gli aerei, stia anche modificando il clima non sappiamo dirlo, certamente il cielo islandese, di per sé stupendo, non è mai stato così bello e le foto di Ingolfur Juliusson e di Lucas Jackson (Reuters) lo dimostrano. Sempre secondo wikipedia il pittore Turner a quei cieli del 1816 si ispirò. Mentre oggi gli scenari da fine del mondo ricordano un vecchio film di Wim Wenders (in cui non a caso si fermavano gli aerei e tutti gli apparecchi tecnologici). Sarà un nuovo 1816? Freddo fa freddo. Il vulcano è pure più vicino. Quanto alla povertà, beh le notizie di questi giorni le conosciamo fin troppo bene.
foto Ingolfur Julliusson
foto Lucas Jackson
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