Trotsky a fumetti
di f.db
Ormai le graphic novel sono state sdoganate dalla cultura ufficiale. Da qualche settimana Internazionale, oltre alle vignette e alle settimanali cartoline dei graphic journalist, ha inaugurato una sezione per le recensioni dei fumetti. Le riduzioni cinematografiche si susseguono. Marjane Satrapi è una star internazionale. Il cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti Davide Toffolo è autore di una biografia di Primo Carnera e di un bellissimo fumetto omaggio a Pier Paolo Pasolini. Nonostante questa grande attenzione, stupisce trovare per caso in un angolo della libreria Strandbooks di New York una biografia a fumetti del leader comunista Leon Trotsky, assassinato da un sicario di Stalin a Città del Messico nel 1940. Non che la vita di Lev Davidovich Bronstein, dalle origini provinciali e medioborghesi della profonda ucraina (era figlio di un contadino possidente, un kulako di Yanovka) alla relazione clandestina con una delle donne più affascinanti della storia, la pittrice Frida Kahlo, sposata all'epoca con Diego Rivera, non sia stata sufficientemente avventurosa da giustificare una storia romanzata a fumetti. Ci chiediamo come avranno reagito, se l'avranno letto e apprezzato, i trotskisti di oggi, che se esistono pare custodiscano ancora oggi l'ortodossia di una filosofia considerata nella sinistra comunista maggioritaria negli anni 40-50 una vera e propria eresia.
Il mito di Trotsky è stato certamente favorito dalla precoce estromissione dal potere, secondo un itinerario simile a quello di Che Guevara. Il conflitto con Stalin e la morte in esilio ne ha accresciuto il fascino, giustificando in parte la mitografia che lo ha trasfigurato, come mostrato da Rick Geary in apertura di questa graphic biography, in un san Giorgio in lotta contro il drago della repressione capitalista e avvolto i suoi seguaci di un'aura romantica, come mostrato dalla visione del POUM spagnolo, anarchico e trotskista, di Orwell prima e più recentemente di Ken Loach.
Gli sconfitti hanno sempre un certo romanticismo e li si può scherzosamente sfottere; d'altro canto cosa c'era di più snob negli anni 60 che definirsi trotskisti? Non conoscendone alcuno l'unico trotskista che mi viene in mente è il pasticcere di Nanni Moretti.
Dal buco della serratura
di f.db
Un tempo le foto private restavano private, e finivano in cassetti ed armadi polverosi, condividendo questo destino con i video amatoriali e familiari. Al massimo venivano involontariamente viste dagli amici e dai parenti, come avviene con conseguenze fin troppo tragiche a un filmato porno casilingo nel film Trainspotting. Come effetto collaterale della rete, oggi ognuno può vedere immagini di se stesso diffuse via internet ad un pubblico potenziale di alcuni milioni. Così foto destinate esclusivamente ai propri intimi possono finire in rete sfuggendo al controllo dei loro produttori. Ai giovanissimi in particolare (ma non solo) risulta difficile individuare il confine tra pubblico e privato. Difficile immaginarsi dal chiuso della propria stanza di trovarsi in una piazza, virtuale ma pur sempre pubblica. Bisogna per forza tenerne conto. A un serie di foto erotiche sfuggite al controllo delle giovanissimi autrici e trovate in rete si è ispirato Evan Baden che ha rimesso in scena il momento dello scatto per ognuna di queste. Il contrasto tra le camerette infantili dai colori pastello e le pose più o meno esplicitamente erotiche, è la criticità che Baden voleva mettere in mostra, giocando anche con il nostro voyeurismo, di secondo livello questa volta, e non certo di tipo 2.0, visto che, narrativamente, non siamo davanti allo schermo a osservare il prodotto finale, ma dietro la serratura, a spiare il suo farsi.
Dreams of flying
di A.TA
Peter Pan and Tinkerbell
Si può fare con un trucco dello sguardo. Ribaltando quello che la fotografia ci ha abituato a non percepire più: se, una volta immortalata, la realtà mantiene la sua illusione di tridimensionalità sulla superficie bidimensionale dell’immagine, si può fare anche esattamente l’opposto e il risultato sarà una illogica familiarità. Jan von Holleben si ricorda i giochi e i sogni dell’infanzia, quando si poteva essere un drago e poi un pirata e poi una fatina con due ciabatte per ali. Quando ogni oggetto poteva trasformarsi e regalare una nuova identità e una nuova avventura. Il fotografo tedesco non ha bisogno di Photoshop per creare finzione e mondi immaginari. Basta giocare con sguardo e prospettiva e mettere in scena quella capacità trasformistica dell’infanzia. La luce e il colore fanno il resto.
The Racers
The Superman
Tarzan and Jan
The Dogrider
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