Il Reportage scende in piazza ad Atri
di A.TA

Si è aperta ieri la seconda edizione del festival del reportage di Atri, dedicato al reportage giornalistico in tutte le sue forme: carta stampata, video e fotografia. Lo scorso anno, la prima edizione del festival nasceva sotto il segno dell’emergenza del terremoto dell’Aquila. Si è tanto parlato di terremoto e dei diversi modi di raccontare il dramma: invadente e spesso irrispettoso quello della tv, più partecipato e vicino alle persone quello di radio e giornali locali, più o meno attento e profondo quello dei fotografi che hanno testimoniato. Anche quest’anno il terremoto è protagonista della cronaca e dell’immagine. Una fra le tante mostre in programma è dedicata infatti al terremoto di Haiti e al racconto che ne hanno fatto quattro fotogiornalisti di Magnum: Larry Towell, Bruce Gilden, Paolo Pellegrin e Peter van Agtmael. Un’altra occasione per sollevare il dibattito sul valore di testimonianza della fotografia e sulle frequenti deformazioni di un linguaggio che troppo spesso si piega all’estetica dell’immagine “forte”. Dibattito che, a leggere il testo introduttivo del direttore Jean-François Leroy (traduzione su Fotocrazia), sarà centrale anche nella prossima edizione del Festival Visa pour l’image di Perpignan.

Tema dell’edizione di quest’anno ad Atri è il tempo perché, dice Toni Capuozzo, direttore del festival: “Il reportage, oggi è un prodotto artigiano che viene guardato come si guarda una specie in via di sparizione. Il mondo è diventato un posto più piccolo, in cui tutti presumono di conoscere tutto, in cui ogni notizia si consuma velocemente, bruciando storie e volti. Lo sguardo è diventato un’occhiata sbrigativa. Il giornalismo degli ultimi periodi spesso rimastica le stesse storie. Il reportage rappresenta invece la possibilità di mantenere vive le differenze: un corto circuito che riaccompagna all’origine delle cose. Che succeda con le immagini o con le parole, con i rumori o con il silenzio, non importa: quel che conta è la profondità e l’intimità di uno sguardo e la sua soggettività, che ne fa un prodotto irripetibile. Più i media vanno veloci, più si impreziosisce la lentezza: per questo abbiamo deciso di dedicare il secondo Festival del Reportage di Atri al tema del Tempo”.
Dopo Ed Ruscha
di Francesco Zanot
Ed Ruscha rappresenta un caso molto particolare di influenza sulla successiva produzione artistica. L’unicità delle sue realizzazioni editoriali e la loro centralità nel corpus del suo lavoro, infatti, hanno sollecitato diversi autori a prendere spunto non soltanto dalle sue opere o dalla sua poetica, ma addirittura a ripetere lo schema dei suoi celebri libri seriali.
Di seguito 6 esempi di questo fenomeno:
- Jeffrey Brows – Twentysix Abandoned Gasoline Stations (Handjob Press & National Gas-N-Go Publications, Santa Barbara)
Nel 1992 Brows fa riferimento con il suo primo libro alla pubblicazione d’esordio dello stesso Ed Ruscha, Twentysix Gasoline Stations, del 1962. Il design è il medesimo dell’opera citata. Esattamente trent’anni più tardi, Brows compie un’ulteriore sommaria catalogazione delle stazioni di benzina californiane, questa volta svuotate delle tracce di qualsiasi attività umana.
- Kai-Olaf Hesse - Vingt-Six Stations Service (self-published)

Il riferimento è il medesimo di cui sopra. Questa volta però si tratta delle stazioni di benzina che si incontrano in Francia sulla RN7 fra Parigi e Mentone.
- Edgar Arceneaux - 107th Street Watts (Revolver Archiv fur Aktuelle Kunst)


Qui Arceneaux ricalca evidentemente la struttura del più celebre volume di Ruscha, Every Building on the Sunset Strip, fotografando tutti gli edifici sulla 107esima strada di Los Angeles. Anche in questo caso le fotografie sono stampate su un unico foglio che si apre a fisarmonica, consentendo di percorrere l’intera via dall’inizio alla fine senza girare pagina, ma anziché documentare il simbolo topografico della cultura di massa, Sunset Boulevard, esprime un chiaro riferimento politico: il quartiere di Watts, infatti, è stato lo scenario nell’agosto del 1965 di alcune fra le più feroci proteste della popolazione afroamericana nei confronti delle discriminazioni razziali, durante le quali 34 persone sono rimaste uccise.
- Louisa Van Leer - Fifteen Pornography Companies (self-published)
Con questo libro del 2006 Louisa Van Leer aggiorna le diverse tipologie di edifici e infrastrutture che Ruscha ha individuato e fotografato negli anni ’60 e ’70. Le case di produzione di film pornografici sono infatti proliferate nel frattempo nel Sud della California, e nessuna catalogazione sarebbe ormai completa senza la loro inclusione. La pornografia è parte del nuovo paesaggio losangelino.
- Hermann Zschiegner - Thirtyfour Parking Lots (self-published)
- Travis Shaffer - Thirtyfour Parking Lots in Los Angeles... (self-published)
In questi ultimi due casi la citazione si riferisce all’omonimo libro pubblicato da Ruscha nel 1967. Qui, tuttavia, anziché essere riprese da un aeroplano (nell’originale questo onere era toccato ad Art Alanis, naturalmente su commissione di Ruscha), le immagini degli stessi parcheggi sono estratte da Google Earth. La logica non cambia: l’autore non preme il pulsante di scatto. Con la differenza che nel primo caso qualcuno era salito su un aereo con la macchina fotografica, mentre in questi ultimi si tratta di due serie di 34 screenshot eseguiti al computer. La fotografia si fa senza obiettivo.
Dietro l'immagine - Moises Saman
di Moises Saman
© Moises Saman
Moises Saman, uno dei più grandi fotogiornalisti contemporanei, regolare collaboratore del New York Times, ha scelto e commentato per Camera Lucida una sua recente fotografia scattata ad Haiti dopo il terribile terremot del gennaio 2010. Pubblichiamo la versione originale e la traduzione in italiano.
Moises Saman, one of the greatest contemporary photojournalists, regolar contributor of The New York Times, selected and described for Camera Lucida a recent photo taken in Haiti after the dreadful earthquake that hit the island last January.
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