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Wasteland

Uno degli artisti contemporanei più quotati, Vik Muniz, dice guardando in camera: “Sono in un punto della mia carriera in cui sto cercando di fare un passo fuori dal reame delle belle arti, perché penso che sia un posto molto limitato e troppo esclusivo in cui stare. Quello che voglio essere in grado di fare è provare a cambiare le vite delle persone con gli stessi materiali con cui lavorano ogni giorno”.

Da qui nasce l’idea di passare due anni a Rio a lavorare con i catadores di Jardim Gramacho, una delle più grandi discariche dell’America Latina. Il risultato è una serie di monumentali ritratti realizzati con la spazzatura e con la collaborazione dei lavoratori, e poi fotografati. Il ricavato della vendita delle opere è stato donato in gran parte in beneficenza all’associazione dei catadores.

Durante il lavoro, è stato girato Wasteland. bellissimo e coinvolgente documentario. Si tratta del concetto di trasformazione: della spazzatura in oggetto di riciclo, della spazzatura in opera d’arte, della materia in qualcos’altro, della mente e della condizione di vita delle persone. Si tratta di arte ma non solo, si tratta anche di fotografia, di testimonianza e in un certo senso di fotogiornalismo.

Il colore della memoria. 40000, 30 anni fa

Queste immagini sono apparse pochi giorni fa sul sito di Repubblica - che ha dedicato all'evento anche la cronaca di Salvatore Tropea e un documentario con interviste ai protagonisti dell'epoca girato da Paolo Griseri, Fabio Tonacci e Giulio La Monica - dopo che per trent'anni sono rimaste custodite negli archivi della Fiat. Sono state girate durante la famosa "marcia dei quarantamila" di cui ricorre oggi il trentesimo anniversario, dagli operatori dell'azienda, che nei mesi e anni successivi preferì però ricordare l'evento attraverso un montaggio costituito da spezzoni di telegiornali dell'epoca. Questo filmato, muto, ha il colore di quegli anni e costituisce un esempio classico di film di propaganda. Si vedono uomini donne bambini famiglie attraversare tranquilli la città, preludio di quel sostanziale "ritorno all'ordine" che furono gli anni '80. Nelle settimane precedenti l'aspra contesa tra l'azienda e i sindacati aveva portato all'occupazione della fabbrica e all'impegno dello stesso Berlinguer.

Enrico Berlinguer e Rocco Larizza davanti ai cancelli della Fiat occupata a Torino nell'ottobre del 1980.

Foto Angelo Palma/A3/Contrasto

Estremo sud, sud estremo

Cosa è per me l'Europa? É come questa scalinata, se muovo un passo indietro cado giù - dice Mohammed alias Coco, ragazzo di strada di Ceuta. Per Mohammadin, afgano, attivista politico bloccato a Lesbo, l'Europa è la causa del grottesco paradosso, che icasticamente definisce “una merda”, che prima lo costringe alla fuga dalla sua terra martoriata dal terrorismo e dalla guerra, e poi gli impedisce di entrare nel territorio dell'Unione.

 

Da dentro o da fuori è comunque l'idea di confine a dominare l'immaginario di chi troppo in prossimità di quel limite vive. Se per Coco e gli altri spagnoli di Ceuta il terrore è di scivolare fuori dall'esclusivo club europeo, per Mohammedin e i profughi che premono alle frontiere, l'Europa rappresenta la speranza di una vita migliore e insieme l'occhiuto gendarme che esclude, discrimina, imprigiona, respinge. Laddove a Ceuta, enclave spagnola in territorio africano circondata dal Marocco, sembra esserci un clima da fortezza assediata, a Lampedusa e Lesbo gli isolani sono molto meglio disposti (sarà la storia millenaria) verso gli stranieri e rimproverano all'Europa proprio il suo arroccamento da cittadella del privilegio, chiusa per i poveri, i migranti, le persone, aperta per le merci e i capitali.

L'idea di Europa ai suoi estremi confini è indagata da Immaginari di confine, documenatario di Andrea Kunkl, Giorgia Serughetti e Giuseppe Fanizza per il progetto di ricerca Immaginari politici dell'Occidente. L'Unione Europea come spazio di opportunità o come fortezza? promosso dal dipartimento di sociologia dell'università Bicocca di Milano e presto esposto in una mostra multimediale presso Forma a Milano.

Il rigore dell'indagine sociologica, evidenziato dall'asettica riproposizione delle domande, uguali per tutti, si rispecchia nelle scelte estetiche, nella rigida frontalità, nel ricercato stile documentario, in inquadrature così lunghe che neanche Kiarostami, in istanti in cui alla serietà della ricerca si sovrappongono suggestioni che per i paesaggi e i personaggi, stralunati e fuori dal mondo, rimandano all'immaginario di Ciprì e Maresco. Un senso di straniamento pervade lo spettatore, non più abituato a sentire certe voci, a vedere certe facce, a osservare con tanta attenzione paesaggi così comuni e vicini eppure così estremi.

Pubblicato qualche mese fa da Nowness, Entrance Romance, film girato con una camera capace di catturare 1000 fotogrammi al secondo in cui Ryan McGinley tormenta la bellissima Carolyn Murphy, costituisce un perfetto contenuto per il web del futuro e, soprattutto, per l'Ipad e le altre tavole di lettura digitali. Sorprendente, sadicamente divertente, esteticamente perfetto, vede protagonista una modella da copertina e come autore l'artista giovane per eccellenza, coccolato dal New York Times, amato dalla moda e apprezzato anche nel mondo dell'arte. Uno dei nuovi grandi maestri, McGinley da qualche mese ha un approccio alle immagini ormai decisamente multimediale, non facendo differenza tra video e still.

Video Killed the still photography star? Ce lo si potrebbe chiedere parafrasando una vecchia canzone che i Buggles cantavano alla fine degli anni Settanta, il cui video, appunto, fu scelto da MTV per inaugurare la propria programmazione nel 1981. Ed era solo l'inizio. Ma i canali musicali non hanno ucciso le radio. Anzi, tutte le principali radio italiane sono presenti anche in televisione sul satellite e in rete. Il vero assassinio, quella della musica registrata su dei supporti e venduta nei negozi, sarebbe avvenuto circa 25 anni dopo, con la diffusione del file sharing su larga scala. Allo stesso modo nell'home video un colosso come Blockbuster è vicino alla bancarotta.

L'editoria sta sperimentando una transizione simile, resa ancora più dirompente dalla pervasività e dalla potenza distruttiva (schumpeterianamente creativa si spera) della rete, che sta sconvolgendo il paesaggio, modificando abitudini e paradigmi ritenuti immutabili. Lontano dal centro, quelli che Baricco chiamerebbe barbari hanno pensato e realizzato nuovi prodotti e servizi, si sono, per così dire, fatti portare dalla corrente, assecondadola e sfruttandone la forza. Così presto, come l'industria musicale non è da tempo nelle mani della Sony ma in quelle ascetiche e nervose del guru di Cupertino e della Apple, anche l'editoria finirà sotto il controllo dei proprietari dei nuovi supporti.

Ai produttori di contenuti editoriali non converrà baloccarsi col ricordo dei bei tempi andati, o convincersi che, signora mia, i libri e i giornali di carta sono tutta un'altra cosa, insostituibili perchè, risibile affermazione che si sente spesso, si possono leggere a letto (come se non si potesse usare sempre nel letto un computer o una tavoletta digitale o chissà cosa). Quasi sicuramente esisteranno in futuro libri e giornali di carta, sempre che l'industria editoriale trovi conveniente produrli, ma la centralità di un tempo ormai è un ricordo lontano. Al centro dalla scena ci stanno degli schermi lucidi, collegati alla rete mondiale. Nel prossimo futuro, oggi, non si può prescindere da questo scenario.

Sarebbe troppo facile contrapporre a questo filmato, o alla versione integrale del Match tra Edoardo Sanguineti e Alberto Moravia moderato da Alberto Arbasino e visibile sul sito della Rai - dove si possono trovare altri spezzoni delle apparizioni televisive dei maestri del Novecento - una delle recenti trasmissioni che infestano la programmazione attuale. Dalla Pupa e il Secchione in giù (se si trova ancora qualcosa, ma probabilmente scavando si trova). Dunque meglio evitare. E poi anche allora c'erano sicuramente trasmissioni più leggere come oggi esistono programmi di qualità, dove le persone che parlano hanno mediamente qualcosa da dire, dove le singole parole hanno un peso e un senso.  Che tempo che fa di Fabio Fazio, l'Infedele di Gad Lerner, Parla con me di Serena Dandini sono i primi esempi che vengono in mente. Per il resto si può dire che quel linguaggio, quel modo di pensare è stato cancellato, ostracizzato dal video. Anche sapendo poco o nulla del Gruppo 63, delle neoavanguardie o di poesia, non si può non restare ammirati dall'utilizzo che Edoardo Sanguineti, recentemente scomparso, fa della parola, la precisione, l'esattezza, la cura con cui ciascun termine viene scelto e utilizzato. Un dibattito del genere con quel linguaggio, con quei temi: la neoavanguardia, il 68, il rapporto tra la letteratura e l'arte tutta e l'impegno politico è stato trasmesso dalla stessa azienda che oggi versa nella situazione che tutti conosciamo. Anche visivamente, pur nella semplicità, che rasenta la povertà e la casualità, delle scenografie, delle inquadrature, delle luci, non si può non trovare ristoro in questi toni medi, normali, specie se confrontati con certe pacchianissime scenografie, coreografie, e soprattutto illuminazioni di questi nostri giorni: i programmi fotocopia del pre-serale di rai 1 e canale 5 fanno sembrare un film come 300 una sobria ricostruzione storiografica. D'altro canto la spettacolarizzazione, fino al ridicolo, ha trionfato in tv senza appello. Certi Catania -Siena su Sky sono più ansiogeni della giornata di un broker alla borsa di Tokyo.