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Abbiamo chiesto ad Alberto Alessi di scegliere e commentare per Camera Lucida le immagini più significative per la sua vita e la sua formazione. Ecco il suo racconto ironico e appassionato. 1. LAGO D'ORTA non so spiegare la attrazione fatale che mi lega al natìo lago d'Orta. Sta di fatto che tutte le mie storie cominciano da qui. Dico fatale perchè non potrei vivere in nessuna altra parte del mondo, nonostante sia consapevole che con l'età il perfido clima lacustre si faccia sentire sempre di più sulle mie ossa e sui miei muscoli.
2. IL NONNO ALFONSO il mio nonno materno era Alfonso Bialetti. Negli anni ’30 del secolo XX° è stato l’inventore, il disegnatore e il primo produttore della Moka Express, la popolare caffettiera espresso italiana che è diventata un archetipo nella sua categoria merceologica e gli ha guadagnato una fama imperitura di designer che probabilmente non cercava. Il nonno era un geniale artigiano che in gioventù aveva vissuto a lungo a Parigi dove aveva imparato la tecnica della fusione in conchiglia dell’alluminio. Poi era tornato nella sua valle di Crusinallo, tra il lago d’Orta e il lago Maggiore, e aveva fondato una officina specializzata nella fusione dei metalli leggeri. Portò avanti l’officina fino agli anni ‘50 con alterne fortune perché, pur avendo inventato la caffettiera moca nel 1931, non possedeva la necessaria furbizia commerciale per farne un prodotto di successo. O forse i tempi non erano maturi, fatto sta che la produzione delle caffettiere vivacchiò a livello artigianale fino a che il figlio Renato, tornato nel 1945 dalla prigionia in Germania, dotato lui si di grande talento di marketing, non prese in mano il prodotto lanciandolo a livello internazionale e trasformando la piccola officina in una moderna azienda monoprodotto di produzione di grande serie. Lo ricordo ormai vecchio e stanco. Mi ripeteva sempre: "mi cercherete e non mi troverete". Ma nonostante mi sia sempre sentito vicino a lui come carattere non ricordo di averlo cercato, fino a poco tempo fà. 3. I DUE NONNI
e poi i due nonni, ambedue pionieri del casalingo omegnese: Alfonso Bialetti l'autore della Moka Express e Giovanni Alessi, il fondatore della nostra fabrica di Crusinallo. Ho preso questa foto verso la fine degli anni '60 con la mia prima Hasselblad della quale ero così fiero. I nonni erano molto diversi come carattere e abitudini, l'uno gioviale e estroverso l'altro chiuso e diffidente, e di rado uscivano insieme tranne quando la mamma li invitava a casa nostra per un pranzo festivo. 4. L'OFFICINA
questa foto simbolica dell'officina meccanica Alessi è stata presa da Berengo Gardin nel 1989. E' un falso in quanto appaiono, travestiti da meccanici, Achille Castiglioni, Alessandro Mendini, Enzo mari e Aldo Rossi, sul fondo appaio io con l'aria di quello che dovrebbe controllarli. 5. MENDINI nella mia carriera ho lavorato con centinaia di autori, architetti e designer, ognuno dei quali mi ha insegnato qualcosa di importante. Non solo hanno disegnato per la Alessi dei prodotti di grande successo, ma sono stati per me dei veri, grandi maestri. Tra tutti non posso fare a meno di ricordare il più vicino, Alessandro Mendini, autore di molti tra i progetti più borderline della ditta.
6. "MERDOLINO" si tratta dell'immagine di uno dei progetti che più mi hanno divertito nella mia carriera. L'ipotesi era di dare dignità poetica anche a un luogo e a una funzione di solito dimenticati o ritenuti indegni della bella forma. Alberto Alessi, luglio 2010 Le precedenti puntate Abbiamo chiesto a Salvatore Esposito di scegliere una sua immagine e di raccontarcene la storia. Mi sento piuttosto in difficoltà a scegliere una sola tra le mie immagini. Ci sono diverse foto che mi piacciono a livello estetico, ognuna trasmette un'emozione diversa e ognuna ha una sua storia molto interessante che mi ha portato a compiere quello scatto. Spesso per un fotogiornalista, a mio avviso, è quasi più bella la storia che c'è dietro uno scatto che lo scatto in sé. Il mio piacere sta nel fatto che considero "l'avvicinamento" del soggetto da fotografare e "l'intimità" da raggiungere con esso il "vero" lavoro fotografico. Una volta stabilito un certo rapporto con il soggetto le foto vengono da sole, sono convinto che se un fotografo di reportage sociale sa gestire bene i rapporti umani allora potrà creare bellissime immagini. Prima di dedicarmi al reportage sociale ho fatto una esperienza fotogiornalistica di news per un quotidiano napoletano; questo mi imponeva di lavorare in maniera veloce, per forza di cose un po' più esterna alle storie. È vero che anche lì ho realizzato degli scatti che mi piacciono.Ho poi però deciso di cambiare e di avvicinarmi di più alla gente, ascoltarla per capire meglio la loro realtà, cercando di abbattere quella barriera che a volte esiste tra la stampa e delle realtà difficili che si sentono spesso profanate e mal raccontate da quel giornalismo di news che deve per forza mettere la notizia su carta il giorno dopo. Sicuramente la storia che mi ha impegnato di più, emotivamente e come tempo, è stato il racconto su Scampia; probabilmente una delle mie foto preferite è questa: un ragazzo che posa con la sua pistola sul terrazzo delle Vele a Scampia vicino alla piscina. Scelgo di parlare di questa immagine per molti motivi. Innanzitutto per me rappresenta un po' il simbolo della fine di quel reportage, era una delle ultime foto, sentivo quindi che stavo per completare uno dei miei lavori più impegnativi. Poi è iconografica, cioè riesce a parlare anche da sola senza il resto delle foto della storia. Da sola ha la forza di spiegare le cinque "w" inglesi e cioè Who-What-Where-When-Why (chi,cosa,dove,quando e perché). È una fotografia che racchiude a pieno poi ciò che in quartieri come Scampia è una mentalità. Un modo di vivere. Un modo di porsi e di affrontare le cose, a volte l'unico modo che si conosce. Sentirsi forte è indispensabile in ambienti dove la sopraffazione è uno dei modi di fare più frequenti, dove regna l'insicurezza e la sfiducia verso tutto e tutti.Emozionalmente è davvero duro spiegare la storia che c'è dietro questa immagine perchè dovrei raccontare i due anni di lavoro che ho speso con i ragazzi. Questa foto è innanzitutto il risultato del rapporto che ho saputo costruire con ragazzi difficili, difficili da avvicinare e da conquistare sotto il profilo della fiducia. Quindi quello che più mi emoziona è il fatto che si siano fidati di me a tal punto da esibire un'arma e farsi fotografare con essa. Quel gesto mi faceva capire che ero entrato in sintonia con loro e che non si sentivano profanati da un giornalista, che erano disposti a lasciare raccontare nella maniera più semplice il loro mondo a una persona che sentivano li rispettava.In particolare quello era un bel giorno di un caldo luglio napoletano e ormai me ne andavo a zonzo per le Vele di Scampia da due anni. Qui le persone avevano allestitio, chi poteva farlo, delle piccole piscine sui terrazzi dove i bambini facevano a gara con i tuffi. Era un modo economico di creare refrigerio: da quelle parti sono in pochi a potersi permettere le vacanze. Giravo con questo ragazzo per la Vela, ma senza alcuna pretesa fotografica - ormai pensavo di avere finito il mio lavoro - si chiacchierava del più e del meno. A un certo punto lui mi porta su uno di questi terrazzi e si toglie la maglietta dal caldo. Tira fuori la pistola dalla cinta. Ci capiamo con gli occhi, io guardo la piscina, guardo la pistola. Lui mi chiede: "Vuoi fare una foto eh?" e subito mi accontenta: in posa per me!Ci sono molte cose che ricordo con piacere di questo lavoro, tra queste, i molti dialoghi fatti con quei ragazzi di malavita. Ero stupito di come a volte, parlando singolarmente con ognuno di loro venissero fuori delle discussioni inteliggenti, curiose, umane. Questa per me era la prova che il gruppo imponeva la legge del più forte. In questi dialoghi una volta mi sono sentito dire :" Ecco tu hai capito". Era un'allusione al fatto che io, nonostante stessi lì e vedessi il loro modo di vivere, non li giudicavo e cercavo di raccontare con meno enfasi possibile la loro storia in una maniera che si avvicinasse quanto più possibile alla realtà. Ho sempre cercato di non tradire le loro aspettative e ho sempre cercato di tutelarli anche dal mercato editoriale stesso. Mi sono sentito un privilegiato a poterli raccontare, un fotografo fortunato che è potuto entrare in contatto con una realtà che non si lascia raccontare facilmente, perché molte volte la stampa generalizza, la telvisione enfatizza e non si parla mai delle cause che generano una situazione sociale ma si mette solo sotto accusa il risultato di quella situazione. Ancora oggi qualcuno di loro mi cerca, con qualcuno mi incontro e prendo il caffè. Alla fine quando ci salutiamo con la promessa di rivederci, risalgo sulla mia vespa proprio come allora, quando cercavo di raccontare la loro storia e andando via penso: questo è il risultato del mio lavoro! Sono riuscito a raccontare e a rispettare, ho svolto il mio unico compito, quello di essere un fotogiornalista. Proviamo finalmente anche noi a misurarci con la potenza e l'ubiquità dei citizen journalists. Queste foto sono state scattate il 29 aprile 2010 da una finestra di Milano in zona Città Studi da un nostro lettore, che ringraziamo per avercele concesse ed inviate. Si vede una parata in stile marziale, con simboli, iconografia e slogan fascisti, scortata dalla polizia. Il corteo sembra sfilare in una Milano silenziosa e assente. Si tratta della commemorazione annuale dedicata a Sergio Ramelli, un giovane militante di estrema destra ucciso nel 1975 da un gruppo di Avanguardia Operaia. I partecipanti si ispirano chiaramente all'ideologia e all'iconografia fascista e non fanno nulla per nasconderlo. Bandiere con croci celtiche nere su sfondo bianco e rosso, tamburi, fiaccole. Qualcuno nella via ha protestato dalle finestre, cantando bella ciao, rovesciando secchi d'acqua sui manifestanti, ma i più sono rimasti a casa, in silenzio: hanno giustamente paura di rappresaglie da parte di gruppi esplicitamente violenti. Ormai le nostre città, lo dimostra quella del Blocco Studentesco dell'altro giorno a Roma, sono assediate da queste manifestazioni, al limite dell'incostituzionalità, che nessuno si sogna di impedire. Intanto proprio a Roma da mesi gli omosessuali subiscono vioenze ed aggressioni. C'è un'aria un'aria che manca l'aria cantava tanti anni fa Giorgio Gaber. Non si possono trovare parole migliori. La fotografia e la rete possono almeno far sapere fuori cosa succede oggi qui da noi a Milano in Italia nel 2010. D. Sharon Pruitt ritratta da Jeffrey D. Allred for The New York Times Il New York Times torna sulla questione del microstock e sulla crisi della fotografia editoriale, generata invero da diversi fattori, ma acuita dalla disponibilità di immagini a poco prezzo, fornite da banche immagini come Flickr, recentemente accordatasi con Getty Images per la distribuzione di fotografie di amatori orgogliosi di vedere le proprie foto pubblicate, e per questo disposti a venderle a qualunque cifra. Come è costume nel giornalismo americano invece di profondersi in considerazioni generali o categorie filosofiche, l'articolo porta esempi concreti, confrontando le esperienze e le opinioni del giovane fotografo professionista Matt Eich e dell'entusiasta fotoamatrice D. Sharon Pruitt, che, grazie a qualche foto venduta proprio attraverso Flickr-Getty, può pagarsi qualche extra, una cena fuori o una parte della rata del mutuo, confessando candidamente di non avere alcuna preparazione tecnica teorica storica o giornalistica. Per persone come Matt diventa così più difficile fare della fotografia d'informazione una professione rispettata e soprattutto sufficiente a vivere, lavorare, aggiornarsi, studiare. Dice Katrin Eismann, capo del Master in Fotografia Digitale della SChool of Visual Arts di New York, che un amatore può certamente fare una buona foto, ma che è difficile, se non impossibile, fare affidamento su questo tipo di contenuti, non controllabili da un punto di vista etico e professionale e soprattutto difficilmente replicabili.Rimane una certezza: se il problema dei giornali è riempire semplicemente degli spazi, allora l'ottimo lavoro di persone come Sharon Pruitt è perfetto, se vogliono fare informazione di qualità, allora devono chiedersi come permettere ai tanti Matt Eich là fuori di campare con questo lavoro. In questi mesi di crisi diventa sempre più urgente un interrogativo: cosa vogliono fare i giornali di se stessi e del loro futuro? Ma soprattutto, cosa hanno in testa gli editori? Se il loro fine è solo fare profitto e arricchirsi, tanto vale dire a Matt e ai suoi colleghi di dedicarsi ad altro: ci sarà sempre una Sharon con l'hard disk pieno di foto un po' buone, un po'fortunate, un po' orrende, un po' così così, sufficienti tuttavia a riempire spazi di giornali fondamentalmente inutili e sempre più marginali. Verrebbe da dire: ma non basta contare? Come è possibile tollerare che osservatori diversi diano cifre lontanissime tra di loro, anche di svariate unità di grandezza, quando parlano del numero di persone ad una data manifestazione? Certo è bello sentire Verdini, novello Signor Bonaventura, riempirsi la bocca con la parola magica "milione". Nella campagna elettorale più sgangherata della storia, con giuramenti fasulli, slogan del livello di "l'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio", categorie primitive come "odio" e "amore", non sono certo le balle spaziali sui partecipanti alle manifestazioni a stonare. In Italia poi, i numeri sono sempre aleatori, dipende da chi li porta da casa; in questo caso però potrebbe servire la fotografia e in particolare come è stata usata dal progetto Lynce ,che si propone di offrire numeri verosimili in caso di raduni di massa. Non si può che pensare bene di una simile iniziativa: se è l'audience che conta, che almeno si diano dei numeri plausibili. La tecnica sembra semplice: vengono scattate da posizione rialzata alcune fotografie della folla e vengono poi contate al computer le teste sovrapponendo a ciascuna un numero progressivo. Semplice no? Per rendere la cosa umanamente visualizzabile ogni gruppo di 1000 viene colorato diversamente. Il sistema è già attivo e utilizzato in Spagna: in questa manifestazione antiabortista e antizapaterista del 7 marzo scorso a Madrid gli organizzatori hanno dato i numeri più fantasiosi, riuscendo a contare nella piazza qui sopra oltre 100.000 persone, laddove Lynce fissa a 9.726 il numero dei presenti, che, con un margine di errore del 10%, possono arrivare al massimo a 10.700. Forse è giunto il momento, quando si parla di numeri, di portare anche delle prove. |
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