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Foresta Nascosta - Intervista a Matteo Balduzzi

immagine tratta dalla storia di Luciana Tiritiello (Foresta Nascosta)

 

Abbiamo chiesto a Matteo Balduzzi di parlarci di Foresta Nascosta, il progetto da lui ideato insieme ai sociologi Daniele Cologna e Stefano Laffi che ha coinvolto la città di San Giuliano Milenese, alle porte di Milano.

Come è nato il progetto di Foresta Nascosta?

Foresta Nascosta nasce su committenza della provincia, ormai diversi anni fa, perché l’assessore alla cultura di allora, Daniela Benelli era intenzionata a sperimentare progetti culturali sul territorio che non fossero solo eventi di un giorno e che riuscissero a coinvolgere direttamente i cittadini. Al termine di una lunga fase di analisi e di progettazione il comune di San Giuliano ha accettato di co-finanziare il primo anno di lavoro e così siamo partiti con le prime due tappe.

 

Qual è lo scopo del progetto?

Gli scopi sono molteplici. Diciamo che quello principale, trattandosi innanzitutto un progetto pubblico, è quello di attivare relazioni, pensieri, dialoghi nella città.Da questo discendono gli altri obiettivi, che sono già dei "mezzi" per fare questa cosa:- creare un luogo fisico di incontro che prima non esisteva, un luogo dedicato alla cultura e memoria a San Giuliano, un museo, anche se agile e temporaneo - raccogliere e restituire una memoria della città. Una memoria molto reale, capace di mostrare davvero le storie delle persone, senza nascondere problemi e questioni aperte come immigrazione, droga, sviluppo urbanistico. Lontana quindi dal colore rassicurante delle operazioni di “storia locale”.- creare un grande album di famiglia collettivo, quindi verificare la potenza dell’immagine di famiglia anche al di fuori degli album e dei cassetti di casa, nel contesto della comunicazione e nell’ambiente urbano- coinvolgere un gruppo di giovani, perché attraverso il progetto si instaurasse un dialogo generazionale, ma dall’interno di un processo creativo, non "perchè sì", in modo calato dall’alto- innescare una dinamica pubblico-privato virtuosa, ossia mostrare come ogni cosa individuale sia anche collettiva e quindi come in una cornice idonea risulti interessante sia guardare che essere guardati. E questo malgrado prevalgano oggi i due estremi, ossia un certo terrore nella difesa della privacy o il delirio di autopromozione di stampo televisivo e ora su un uso esasperato dei social network- in fondo, anche divertirci un po' con un progetto realmente aperto, diciamo … per vedere cosa succedeva!

 

Come ha reagito la comunità di San Giuliano? Quale è stata la partecipazione popolare?

Con le persone il rapporto è stato molto buono. A parte una leggera e prevista diffidenza iniziale, il lavoro è stato appassionante per i dieci ragazzi che facevano le interviste e raccoglievano le foto.

Come si può vedere sfogliando le gallerie sul sito, si trattava di un progetto complesso e quindi difficile: sono state realizzate interviste complete che duravano anche diverse ore, scansionate centinaia di immagini di famiglia e poi raccolte le descrizioni di ogni singola foto. Anche a chi partecipava e non solo a noi è stato richiesto un certo impegno, pazienza, generosità. Quello che ha poi funzionato molto bene nel rapporto con le persone è quanto le cose sono poi tornate alla città, in un dialogo vero e proprio che avveniva spesso in tempo reale. Grazie all'uso dei media - le uscite periodiche sui giornali locali, i manifesti per strada, l'inserto finale stampato in 20.000 copie, il sito sempre aggiornato, i container con le fotografie che mano a mano ruotavano - le immagini di foresta nascosta sono diventate davvero patrimonio di tutta la città ... nei bar si parlava di noi e l'inserto lo avevano tutti sotto braccio.

 

Come si è concluso il progetto? Quali sono stati i risultati?

Purtroppo il progetto ha subito il cambio di amministrazione in provincia e una grave crisi politica a San Giuliano. Quindi il progetto si è fermato alla seconda puntata delle cinque previste. In fondo, era anche un rischio che sapevamo di correre, perché è davvero difficile vedere realizzati progetti artistici pluriennali. Speravamo che la ricchezza e che la profondità del lavoro e il successo – anche misurabile – di pubblico fossero sufficienti per andare avanti. Siamo certamente finiti in un periodo molto difficile. O forse ci siamo semplicemente sopravvalutati!A giorni dovrebbe uscire il secondo inserto speciale, che sarà nuovamente distribuito a san Giuliano e dintorni con i quotidiani locali e a Milano in alcuni luoghi dell’arte e della fotografia. Poi, chissà, sarebbe una bella sorpresa se il viaggio dovesse ripartire: per la terza tappa il container diventerebbe rosso geranio!

 

Si tratta di un progetto ripetibile?

In teoria sì. Però ogni progetto di questo tipo nasce dal confronto con il contesto, un confronto molto stretto sia in fase di analisi che di ideazione e di realizzazione. Quindi, di fatto, in un altro luogo anche una nuova Foresta Nascosta sarebbe diversa senz'altro. D’altra parte, anche dal punto di vista della ricerca artistica non sarebbe nemmeno così interessante ripeterlo come un format, a meno che non lo si pensasse come un'attività economica o, cessò, un laboratorio di coesione sociale.Ad esempio, in questo momento sto realizzando un progetto a Chiasso, L'età dell'oro, che ha anche uno spazio su Facebook, e con ingredienti apparentemente simili il risultato è molto diverso.

 

Come è stato il rapporto con le amministrazioni pubbliche coinvolte?

Molto bello all'inizio, anche se sempre lungo e faticoso: con la provincia molti incontri e discussioni prima di arrivare al progetto, ma era anche la prima volta che si sperimentava qualcosa del genere. Dal comune abbiamo avuto un’ottima accoglienza e poi una grande e competente collaborazione da parte dei tecnici e degli uffici. Poi, come detto, quando si è discusso della possibilità di proseguire il progetto (presentato fin da subito come un progetto triennale) l'anno successivo è invece, sfortunatamente, cambiato tutto.

 

Quale può essere il ruolo della fotografia famigliare e privata (vernacular photography per gli anglo-sassoni) per la conoscenza della nostra storia?

Mi sembra innanzitutto interessante esplorare l'estetica della fotografia di famiglia, con gli spazi, le indeterminatezze, le imprecisioni che ci riportano alla natura profondamente di indice più che di composizione, e che ci fanno sprofondare in mondi davvero misteriosi, in un contatto così stretto con le persone e le cose. Un’estetica ancora potente, che risalta anche sui media, dove risulta ancora sorprendente e straniante rispetto all'immagine pubblicitaria "costruita".

La storia viene continuamente evocata nei dettagli di un’immagine o nelle relazione tra un’immagine a l’altra, ma soprattutto nel rapporto con il testo, con il racconto.

Non ho mai creduto che la fotografia sia una forma di espressione autosufficiente. Quindi quello che rimane “alla storia” è l’archivio nel suo complesso, un giacimento di tante immagini e vicende private che diventano un patrimonio pubblico, un piccolo-grande monumento civile a una parte significativa della storia della città e – perché no, se la si legge con attenzione – anche nazionale.

Leggere per intero le storie sul sito, o anche semplicemente digitare le parole più varie nella ricerca tra le immagini, ci mostra oltre alla bellezza delle fotografie la vastità dell’archivio e una quantità di temi e di percorsi possibili, che incrociano in vari modi - ironici, profondi, scomodi, semplici - le questioni più attuali della storia recente.

 

Che rapporto hai letto, nelle diverse epoche, tra le differenti urbanizzazioni, le tipologie abitative, i cittadini e la l'iconografia conseguente?

Il progetto nasce sulla divisione in quartieri della città corrispondenti a strati veri e propri, ognuno caratterizzato da un diverso decennio, una diversa composizione economica e sociale e anche una diversa struttura urbanistica e architettonica. Purtroppo – ad oggi - dobbiamo limitare il confronto ai primi due quartieri. E quindi nel primo caso prevalgono le fotografie della trasformazione da campagna a città, campi e paesaggi agricoli, la presenza di animali e abiti contadini. Molte immagini in bianco e nero. Nel secondo quartiere, il quartiere Serenella, le fotografie sono spesso a colori e ci mostrano spesso i luoghi di origine, quali la campagna del Sud Italia, o il mare, o ancora interni famigliari, spesso con i vestiti a festa. E poi le foto di famiglia degli immigrati stranieri, che non avevamo mai visto prima. Foto delle famiglie e dei parenti inviate dai luoghi di origine, ma anche autoscatti nei centri commerciali e foto digitali da condividere. Il tutto inframmezzato da i palazzoni di San giuliano e delle periferie milanesi. Di nuovo, è nella dimensione dell’archivio che si aprono molte differenti letture, da ottiche e discipline diverse. Foresta Nascosta è ancora un progetto aperto e credo che anche questa intervista, a diversi mesi di distanza, lo stia in qualche modo dimostrando.

 

Immagine tratta dalla storia di Maria Di Canio (Foresta Nascosta)

immagine tratta dalla storia di Maria Natalia Intelisano (Foresta Nascosta) immagine tratta dalla storia di Luciana Tiritiello (Foresta Nascosta)
Urbanautica - Intervista a Steve Bisson

© Courtesy of Hin Chua

Dopo aver visto la mostra Naturae al Si Fest di Savignano, abbiamo chiesto a uno dei fondatori, Steve Bisson, di raccontarci cosa è Urbanautica e quali sono i suoi scopi. Le immagini di questo post provengono proprio dal progetto Naturae.

Cos’è urbanautica? Com’è nata?

Urbanautica nasce dall’idea di occuparsi di ciò che ci sta attorno, di ciò che vediamo o forse non vediamo. Parliamo di questo e lo facciamo insieme alla fotografia. Studiare e comprendere i territori richiede capacità di sintesi e la fotografia a volte ha questa dote.

Quale fotografia vi interessa promuovere? Vi interessa anche il video?

Siamo interessati ai paesaggi umani, più o meno potremmo chiamarli così. Ci interessa la sostanza, il fotografo, i perché, a prescindere dalle etichette. Siamo molto attratti dalla scena emergente, dalle nuove personalità, da chi cerca di guardare oltre, di portare in là i propri pensieri. Non ci occupiamo di video perché per pensare bisogna fermarsi, rallentare. Il video è per definizione scorrimento di immagini, osservazione continua. La fotografia nella sua istantaneità favorisce processi cognitivi di diverso tipo, quelli che ci interessano.

Che tipo di collaborazione instaurate con gli autori? Con quali altre realtà siete in contatto?

Siamo in rete con il mondo. Abbiamo contatti quotidiani con professionisti, esperti, docenti e appassionati. Siamo stati avvicinati in questi due anni da persone interessate a capire le ragioni della nostra ricerca, a capire perché perdiamo tempo a scrivere in un’epoca in cui l’immagine domina la parola. Allo stesso modo cerchiamo fotografi attraverso la rete e i suoi canali per capire perché ritraggono la realtà in una certa maniera. Il focus è sui bisogni, sull’intuito, sull’istinto, sulla natura umana. La grammatica è importante, ma viene dopo.

Che rapporto c'è tra l'attività in rete e quella nel mondo reale?

Il primo rapporto c’è stato con l’inaugurazione di NATURAE, la prima esibizione di fotografia offline che abbiamo curato. La mostra itinerante ha preso il via al Sifest, è tuttora in corso e non sappiamo dove e quando si fermerà. Ne stiamo valutando gli effetti sul pubblico, sulla critica. Al momento siamo contenti di questa esperienza. Per l’orientamento della nostra ricerca la bilancia comunque pende dalla parte della rete, vedremo in futuro come evolveranno le cose. Al momento la rete ci ha dato molto, ci ha permesso di capire grazie ai numeri che eravamo sulla buona strada e che c’è ancora molto da fare, e da crescere. Nella realtà, nei territori, i meccanismi sono diversi, le relazioni sono più clientelari, il merito è un’incognita, le cose si complicano, insomma. Non c’è dubbio però che la gravità riporti tutto a terra, anche noi, alla fine.

Quali sono i rapporti con la comunicazione di massa e con i canali della ricerca più istituzionale?

Tutto oggi nasce, muta e deperisce con una rapidità disumana. La scienza ha dimostrato che la specie umana innesca dei processi e genera conseguenze al di fuori dei propri limiti. Si chiama disadattività rispetto all’ambiente. Gli esempi sono al di là di ogni finestrino. Per queste ragioni ritengo che non esista più nessuna forma di comunicazione oggettivamente prioritaria se non quella subconscia. Contatti con chi fa ricerca cerchiamo invece di coltivarli, nei limiti delle energie a disposizione, come nel caso del progetto NATURAE, in occasione del quale abbiamo voluto confrontarci con alcuni studiosi attivi in diverse geografie.

Urbanautica ha dei fini di lucro e di promozione degli autori? Come  avviene il finanziamento?

Urbanautica non ha al momento fini di lucro. Quindi possiamo dire che è autosufficiente…

 

© Courtesy of Dustin Shum

© Courtesy of Guido Castagnoli

© Courtesy of Anne Lass

Le fotografie che hanno colonizzato il nostro immaginario. Alberto Alessi

Abbiamo chiesto ad Alberto Alessi di scegliere e commentare per Camera Lucida le immagini più significative per la sua vita e la sua formazione. Ecco il suo racconto ironico e appassionato.

1. LAGO D'ORTA

non so spiegare la attrazione fatale che mi lega al natìo lago d'Orta. Sta di fatto che tutte le mie storie cominciano da qui. Dico fatale perchè non potrei vivere in nessuna altra parte del mondo, nonostante sia consapevole che con l'età il perfido clima lacustre si faccia sentire sempre di più sulle mie ossa e sui miei muscoli.

2. IL NONNO ALFONSO

il mio nonno materno era Alfonso Bialetti. Negli anni ’30 del secolo XX° è stato l’inventore, il disegnatore e il primo produttore della Moka Express, la popolare caffettiera espresso italiana che è diventata un archetipo nella sua categoria merceologica e gli ha guadagnato una fama imperitura di designer che probabilmente non cercava. Il nonno era un geniale artigiano che in gioventù aveva vissuto a lungo a Parigi dove aveva imparato la tecnica della fusione in conchiglia dell’alluminio. Poi era tornato nella sua valle di Crusinallo, tra il lago d’Orta e il lago Maggiore, e aveva fondato una officina specializzata nella fusione dei metalli leggeri. Portò avanti l’officina fino agli anni ‘50 con alterne fortune perché, pur avendo inventato la caffettiera moca nel 1931, non possedeva la necessaria furbizia commerciale per farne un prodotto di successo. O forse i tempi non erano maturi, fatto sta che la produzione delle caffettiere vivacchiò a livello artigianale fino a che il figlio Renato, tornato nel 1945 dalla prigionia in Germania, dotato lui si di grande talento di marketing, non prese in mano il prodotto lanciandolo a livello internazionale e trasformando la piccola officina in una moderna azienda monoprodotto di produzione di grande serie. Lo ricordo ormai vecchio e stanco. Mi ripeteva sempre: "mi cercherete e non mi troverete". Ma nonostante mi sia sempre sentito vicino a lui come carattere non ricordo di averlo cercato, fino a poco tempo fà.

3. I DUE NONNI

e poi i due nonni, ambedue pionieri del casalingo omegnese: Alfonso Bialetti l'autore della Moka Express e Giovanni Alessi, il fondatore della nostra fabrica di Crusinallo. Ho preso questa foto verso la fine degli anni '60 con la mia prima Hasselblad della quale ero così fiero. I nonni erano molto diversi come carattere e abitudini, l'uno gioviale e estroverso l'altro chiuso e diffidente, e di rado uscivano insieme tranne quando la mamma li invitava a casa nostra per un pranzo festivo.

4. L'OFFICINA

questa foto simbolica dell'officina meccanica Alessi è stata presa da Berengo Gardin nel 1989. E' un falso in quanto appaiono, travestiti da meccanici, Achille Castiglioni, Alessandro Mendini, Enzo mari e Aldo Rossi, sul fondo appaio io con l'aria di quello che dovrebbe controllarli.

5. MENDINI

nella mia carriera ho lavorato con centinaia di autori, architetti e designer, ognuno dei quali mi ha insegnato qualcosa di importante. Non solo hanno disegnato per la Alessi dei prodotti di grande successo, ma sono stati per me dei veri, grandi maestri. Tra tutti non posso fare a meno di ricordare il più vicino, Alessandro Mendini, autore di molti tra i progetti più borderline della ditta.

 

6. "MERDOLINO"

si tratta dell'immagine di uno dei progetti che più mi hanno divertito nella mia carriera. L'ipotesi era di dare dignità poetica anche a un luogo e a una funzione di solito dimenticati o ritenuti indegni della bella forma.

Alberto Alessi, luglio 2010

Le precedenti puntate

Michele Smargiassi

Cini Boeri

Dietro l'immagine - James Whitlow Delano

Abbiamo chiesto a James Whitlow Delano di selezionare una sua fotografia e di raccontarci il dietro le quinte. Autore impegnato, animato dall'urgenza di raccontare il mondo ha fatto di più, ne ha scelte due e le ha commentate per Camera Lucida. Postiamo entrambe le versioni, l'originale in inglese e la traduzione italiana.

Monk stands on the second floor of Gwaja Monastery left in ruins by Cyclone Nargis in Pyapon, Irrawaddy Delta, Burma (Myanmar)

Questa immagine è stata scattata pochi istanti dopo che il ciclone Nargis colpisse il delta del fiume Irrawady a Burma, nel 2008. Ero stato colto dalla tempesta nell'antica capitale Rangoon (oggi Yangon). Nei giorni precedenti avevo avuto accesso alla televisione di stato burmese, controllata dal governo, e Non mi pare che abbia dato un adeguato pre-allarme. Quando tornai a Rangoon, casualmente la notte in cui veniva colpita dal ciclone, riuscii a vedere la CNN che annunciava come imminente un ciclone di categoria 4 sulla capitale e su tutto il paese, e in particolare sul delta dell'Irrawaddt. Nella fotografia si vede un monaco in piedi, al secondo piano di quello che un tempo doveva essere un tempio buddista. Mi è sembrato una fenice e un simbolo di speranza in un momento di grande angoscia. Sembrava l'apparizione di un fantasma, ma riusciva comunque ad infondere una grande calma, così distante riuscì comunque a scuotermi. In quel momento la sua presenza, come quella di una sentinella, mi fece comprendere che i birmani sarebbero sopravvissuti anche a questa tragedia.

This image was made just after Cyclone Nargis smashed into the Irrawaddy River Delta in Burma in 2008. I weathered the storm in the former capital of Rangoon (Yangon). Although there had access been to Burmese state-controlled television, there had been no adequate warning that I seen in the days before the storm. When I returned to the former capital, coincidently the night the storm struck, I had access to CNN which reported a category 4 storm about to bear down on the country and Rangoon and the Irrawaddy Delta were directly in its path. In the photograph, a monk is standing on what used to be the second floor of a Buddhist temple, like a phoenix. He has become a symbol of hope to me in a moment of great distress. His figure is phantom-like, but sends out wave of calm. He is distant and yet is engaging us very subtly. At the time, his sentinel presence assured me that the people of Burma would survive this tragedy.

Kabuli man displays a hit of heroin on the foil from a cigarette pack as he prepares to smoke it in filthy, abandoned chamber in old city of Kabul, Afghanistan.

Girovagando per la città vecchia di Kabul bombardata, si trovavano edifici come questo, dove le famiglie avevano trovato il modo di abitare. Era una situazione medievale. Non c'erano le fogne e i gabinetti venivano svuotati attraverso aperture nei muri direttamente sulle strade fangose, dove i pastori portano le loro greggi e talvolta viene macellata la carne. In questo caso, un muro era stato abbattuto per creare una cavità che funzionava come una camera che dava sulla strada principale. Il pavimento era ricoperto dagli imballaggi metallici di pacchetti di sigarette finiti, cartacce, altri oggetti utilizzati dagli eroinomani, fango ed escrementi umani. In questo luogo si riunivano i tossicodipendenti per fumare l'eroina. Ho avvicinato quest'uomo dal ghigno ironico, che sembrava contento di assumere la sua dose di eroina, che allegramente mi mostrava prima di fumarla usando carta da imballaggio metallica. Mi è sembrato uno specchio dei problemi dell'Afghanistan. Quest'uomo per quanto affascinante, era dipendente da una droga che lo conduceva in questo inferno per avere la sua dose quotidiana. La sua intera vita dedicata alla droga, piuttosto che alla ricostruzione del paese o ai suoi affetti. D'altro canto non ha avuto nessuna avversione per uno straniero come me, di passaggio, che si ferma ad osservarlo e che facilmente avrebbe potuto rappresentare ai suoi occhi gli occupanti stranieri. Invece sul suo volto c'era uno sguardo di benevolenza e ospitalità.

I had been wandering through the bombed out old city in Kabul, where families found ways to inhabit the damaged buildings. It was beyond medieval. There was no sewage at all, and toilets simply emptied through slots in the walls onto the muddy street where shepherds often drove their flocks and meat was sometimes butchered. A wall had been punched out creating a cave-like chamber facing the main street. The floor was strewn with metallic wrappers from cigarette boxes, other artefacts used by heroin smokers and was spotted with mud and human excrement. Heroin smokers would huddle in there to smoke. I approached this man with his mischievous grin. He seemed delighted to get his hit of heroin, which he gleefully shows off perched on a metallic wrapper from which he will smoke the drug. He reflected to me all of the problems in Afghanistan. He was a charming man, yet he was addicted to this substance that drew him into this hell to get his fix. His life was dedicated to this drug and not rebuilding the country or to his family. Yet he had no aversion to this foreigner who could easily have represented the foreign occupiers to him. Instead his hospitable nature radiated.

James Whitlow Delano, June 2010

Dietro l'immagine - Frank Rothe

Abbiamo chiesto a Frank Rothe di selezionare una foto (o una sequenza di foto) dal suo archivio e di commentarla per Camera Lucida. Riportiamo qui sotto le versioni inglese ed italiana.

We asked Frank Rothe to select and comment for Camera Lucida one picture (or a series of pictures) from his archive. Here below you can find both the Italian and the English versions.

"Lost in White Nigths" è il mio nuovo progetto in cui provo a realizzare un'opera d'arte unica da una fotografia, in modo che non sia identicamente riproducibile in nessun modo. Dopo anni nella fotografia, iniziavo ad esser un po' stanco dell'idea che è possibile riprodurre un'immagine infinite volte in maniera identica tutte le volte che si vuole. Per il pittore c'è sempre un'opera unica. Così ho deciso di tornare ad una tecnica antica, non più utilizzata, tanto che diventerà presto probabilmente un'arte morta, perchè nel prossimo futuro nessuno sarà più in grado di esercitarla. Mi riferisco alle fotografie colorate a mano. Non si pensi a un software di fotoritocco, mi riferisco alla colorazione manuale.

Ovviamente non sono in grado di farlo da solo, pertanto ho cercato altri artisti che potessero aiutarmi. Mi ricordavo di aver visto un interessante lavoro colorato a mano in una casa di un villaggio indiano qualche anno fa. Dunque cercai qualcuno là. Ho scansito i miei negativi a colori, eliminando il colore in postproduzione e ho inviato via Skype in India gli scatti in scala di grigi. Loro li hanno stampati su carta baritata e hanno colorato a mano la prima immagine rimandandomela qualche giorno dopo. Questo processo è partito quasi due anni fa, appena dopo aver finito di scattare a San Pietrburgo durante le White Nights. Ora sto aspettando l'ultimo pacco dall'India, dovrebbe arrivarmi in uno o due mesi e poi finalmente il progetto sarà ultimato. Dunque è un progetto a lungo termine, ma non a causa mia, ma perchè ci vuole tantissimo tempo a colorare a mano le immagini. A quanto ne so però il colore dovrebbe resistere molto a lungo.

Dunque anche se il progetto Lost in Withe Nights entrerà nel mercato dell'arte con una tiratura di 3-5 copie, ancora non so esattamente, i clienti dovranno avere la pazienza di aspettare la seconda edizione e inoltre non avranno mai l'esatta copia della prima. Mi piace questa idea, perchè, pur essendo un fotografo, ogni tanto mi piace giocare a fare il pittore.

Frank Rothe

 

"Lost In White Nights" as I call my new project is my first try to get out a unique masterpiece from a picture, you cant reproduce in the same way anymore. After years in photography I got a little bit bored in the way that you can reproduce an image in the same way for as many times as you want. For painters there will be always only that one master piece. So the way to go back to an old technique that is not used so much anymore and also is a kind of art what is shortly to become a dead art, because nobody is able to do it anymoore within the next future. I´m talking about handcolored images, not colored with the help of photo shop, no hand colored.

Of course I´m not able to do that. So I tried to find people who could help me out. In India I remembered nice handcolored work in some of the village houses I´ve been in. So I tried to find somebody over there. After several months I was successfull and started the work. I scanned my color negatives tooked the color out in photoshop and then sended the black and white scans to India via Skype. The printed it on baryth paper and handcolored the first image. Then sended it back to me. This process started almost two years ago, shorty after I finished the shooting in St. Petersburg during the White Nights. Now I´m waiting for the last package from India, it might arrive in one or two month and then the project will be finished. So its a long term project not because of me, because it takes a long time to hand color images. But as far as I know it will hold for a long time.

So even if the "Lost In White Nights" project of mine will go on to the art market with an edition of 3 or 5 - I dont know yet, the clients have to be pacient to get the second edition delivered and also they will not get the exact copy of the first edition. I like this idea, because as a photographer I want to be a painter too sometimes.

Frank Rothe