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Tag: FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA Ordina
Street photography?

In mostra alla Bruce Silverstein Gallery di New York, Iseeyou di Michael Wolf. La mostra è composta da 4 lavori del fotografo tedesco: Trasparent City, Architecture of Density, Tokyo Compression e Steet Views. Quest’ultimo nasce dal disagio provato tra le vie iperfotografate di Parigi: “Mia moglie si è trasferita a Parigi e io vivo tra Parigi e Hong Kong, ma non trovo Parigi così eccitante. Non c’è realmente niente da fotografare. E’ piena di cliché fotografati milioni di volte. Così mi sono rintanato e ho cominciato a guardare Parigi attraverso Google nel tentativo di trovare un altro modo di guardare la città”. Le immagini di Google, scattate senza l’intervento umano, registrano e documentano senza discriminazione una realtà che continua a rivelare momenti più o meno decisivi. Le foto selezionate da Street Views ingrandite fino ad esasperare una pixellatura che acquista quasi un fascino tridimensionale, alla fine ci dicono che la realtà non è mai scomparsa ma che, ancora una volta, va cercato e sperimentato un altro modo di guardare ad essa, uno sguardo capace di percepire e raccontare la metropoli del 21esimo secolo.

Dall’altra parte dell’emisfero invece Tokyo sembra ancora offrire al fotografo occasioni per sorprendersi e raccontare. Tokyo Compression è un’impressionante serie di ritratti dei passeggeri della metropolitana di Tokyo, con i visi schiacciati contro i vetri di vagoni inumanamente affollati. La sofferenza e il disagio traspaiono in maniera intensa attraverso immagini che hanno l’estetica di  composizioni astratte.

Wasteland

Uno degli artisti contemporanei più quotati, Vik Muniz, dice guardando in camera: “Sono in un punto della mia carriera in cui sto cercando di fare un passo fuori dal reame delle belle arti, perché penso che sia un posto molto limitato e troppo esclusivo in cui stare. Quello che voglio essere in grado di fare è provare a cambiare le vite delle persone con gli stessi materiali con cui lavorano ogni giorno”.

Da qui nasce l’idea di passare due anni a Rio a lavorare con i catadores di Jardim Gramacho, una delle più grandi discariche dell’America Latina. Il risultato è una serie di monumentali ritratti realizzati con la spazzatura e con la collaborazione dei lavoratori, e poi fotografati. Il ricavato della vendita delle opere è stato donato in gran parte in beneficenza all’associazione dei catadores.

Durante il lavoro, è stato girato Wasteland. bellissimo e coinvolgente documentario. Si tratta del concetto di trasformazione: della spazzatura in oggetto di riciclo, della spazzatura in opera d’arte, della materia in qualcos’altro, della mente e della condizione di vita delle persone. Si tratta di arte ma non solo, si tratta anche di fotografia, di testimonianza e in un certo senso di fotogiornalismo.

Photography and political violence - Susie Linfield

“This is a book of criticism, not theory… It is written, in large part, against the photography criticism of Susan Sontag. This is not because Sontag was wrong about most things; on the contrary, many of her insights remain sharp and true. But it is Sontag, more than anyone else, who was responsible for establishing a tone of suspicion  and distrust in photography criticism, and for teaching us that to be smart about photographs means to disparage them. I am writing, even more, against the work of Sontag’s postmodern and poststructuralist heirs and their sour, arrogant disdain for the traditions, the practice, and the ideals  of documentary photography. Unlike those critics, I believe that we need to respond to and learn from photographs rather than simply disassemble them; unlike those critics, I believe that we need to look at, and look into, what James Agee called “the cruel radiance of what is”. Photographs help us to do that: so would the kind of criticism that believed in their worth”.

Così scrive Susie Linfield (direttrice del Cultural reporting and criticism programme alla New York University) nella prefazione del suo nuovo libro “The Cruel Radiance”. Linfield guarda in modo appassionato al fotogiornalismo: dalle immagini dell’Olocausto alle fotografie di Abu Ghraib, dalla tradizione di Capa, al linguaggio contemporaneo di fotografi come Nachtwey e Peress. Questo è un libro che torna a provare a dare una risposta alle seguenti domande: Che vuol dire guardare immagini di violenza e di sofferenza? Perché la fotografia può essere considerata un punto di partenza per comprendere meglio la storia? Qual è oggi il ruolo del fotogiornalismo in un mondo più difficile da leggere e interpretare? Come la fotografia di testimonianza ha risposto – e dovrebbe rispondere – alle traiettorie sempre più nichilistiche delle guerre moderne?

Cartoline dalle puglie

Foto di Davide Cassano

Lecartoline non le usa più nessuno.Almeno così vuole un luogo comune recente. Poi, invariabilmente, qualcun altro si alza e dice che le cartoline sono rinate, che in risposta all'immaterialità di sms mms video su youtube immagini condivise su facebook, una nuova comunità neo-luddista si è rimessa a collezionarle, scriverle, spedirle.Non avendo elementi per inserirci in questo dibattito, guardiamo al progetto Cartoline dalle puglie di Fabrizio Bellomo Giuseppe De Mattia Maria Guidone ed edito da Guidone Apulia Factory, con interesse per altri motivi. Anzitutto perchè raccoglie giovani, ma in qualche caso (vedi Domingo Milella) affermati autori pugliesi, poi perchè si occupa con originalità e competenza dello studio del territorio e dell'ambiente, smontando lo stereotipo della Puglia turistica, ma contemporaneamente segnalando la vitalità della scena artistica di una regione definita non a caso "laboratorio".Nel progetto, aperto, si trovano autori molto diversi tra loro, con idee sulla fotografia e sull'arte probabilmente distanti e contrapposte. La capacità di tenere insieme questi linguaggi, di accostarli senza pregiudizi, schemi ideologici, nè steccati di genere, è la scommessa dei curatori-autori, che proseguono nella ricerca di artisti (pugliesi) con cui collaborare e da includere nell'indagine.

Foto di Domingo Milella

Foto di Fabrizio Bellomo

Foto di Saverio Scattarelli

Dietro l'immagine - Theo Volpatti

Abbiamo chiesto a Theo Volpatti di scegliere una sua foto, alla quale si sente particolarmente legato, e di raccontarcene la storia. Theo ha trascorso 90 giorni in Cisgiordania, lavorando come assistente presso l’Università di Birzeit (Ramallah). Durante questo periodo ha realizzato Stolen Identity, una documentazione intima e partecipata della vita nei Territori Occupati. Per questo lavoro è stato selezionato da Foam Magazine tra i 15 migliori talenti del 2010. Theo vive e lavora a New York.

This photo was taken on an early September morning, right before the beginning of a funeral in Ramallah, West Bank.  It was the beginning of a sad day in which a young boy was laid to rest. Muhib,  a six years old who was killed a few days prior during a clash with the Israeli army.

In the image, Hamas soldiers walk  towards the mosque where the funeral proceedings were held. I was on a secondary road near Almanara square, near the mosque. The street was quiet when suddenly these black figures appeared in the horizon.  They were walking fast in my direction and I instantly felt a sense of unease coving over my body. I thought of turning around, and at the last minute, I decided to stay there and take this photo.

A few day after I printed the image in a store in Ramallah. When I arrived at my apartment I looked at the photograph and felt the emotions I felt that day, standing there with these tall black figures set against the empty street. In my bedroom, I found my supplies and pulled out a gold marker. I started  to paint the photo, emulating the feeling I had that day.

This was the first photograph I had ever modified with paint or text. To this day, when I look at this photograph, it still brings back that feeling of sadness and discomfort I felt that quiet morning in September.

 

Questa foto è stata scattata nella mattina di un giorno di settembre, subito prima della celebrazione di un funerale a Ramallah, Cisgiordania. Era l’inizio di un giorno triste, in cui veniva seppellito un bambino. Muhib, di 6 anni, ucciso pochi giorni prima durante uno scontro con l’esercito israeliano.

Nella foto, i soldati di Hamas camminano verso la moschea in cui si terrà il funerale. Io mi trovavo in una strada secondaria accanto Almanara square, vicino alla moschea. La strada era piuttosto tranquilla quando, all’improvviso, compaiono queste figure nere all’orizzonte. Camminano velocemente nella mia direzione e immediatamente provo un profondo senso di inquietudine. Penso di voltarmi e di andarmene, ma all’ultimo momento, decido di rimanere e scattare una foto.

Pochi giorni dopo stampo l’immagine in un negozio di Ramallah. Una volta tornato nel mio appartamento ho guardato la foto e ho provato le stesse emozioni di quel giorno, mentre me ne stavo lì fermo con queste alte figure nere che risaltavano sullo sfondo della strada vuota. Nella mia stanza, tra la mia attrezzatura, ho preso un pennarello color oro e ho iniziato a colorare l’immagine, cercando di esprimere le sensazioni di quel giorno.

Questa è stata in assoluto la prima immagine che ho modificato. Ancora oggi, quando guardo questa foto avverto lo stesso sentimento di tristezza e di sconforto che ho provato in quella calma mattina di settembre.