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© Beatrice Mancini © Davide Monteleone The Dreamers si intitola la XII edizione della rassegna Foiano Fotografia a Foiano Della Chiana (Arezzo), che inaugura oggi 6 novembre e prosegue per tutto il mese fino al 28. Leggendo il programma e la dichiarazione iniziale, si scopre tuttavia che i sogni sono i più concreti desideri, certamente motori (tutt'altro che immobili) delle nostre società. In un'epoca, almeno per l'Italia, da basso impero, evocare il desiderio "di una crescita, di una rinascita, di un futuro migliore, semplicemente della possibilità di averlo, un futuro" suona quasi rivoluzionario. Nel programma di mostre e incontri sono previsti autori ed ospiti italiani e internazionali, giovani emergenti e consacrati professionisti. © Matteo Bastianelli © Andrea Gjestvang © Emanuele Cremaschi © Moises Saman
Gli stereotipi sono uno dei più insidiosi e pericolosi nemici della fotografia e dell'informazione tutta. Proprio perchè gioca con i clichè del racconto giornalistico, fotografico e le etichette etniche e regionali, mostrando l'insulsaggine, la bassezza e la facilità dei trucchi che fanno di una fotografia una prova, piegabile a qualunque tesi, merita una segnalazione il nuovo volume edito dalla casa editrice Riverboom, fondata nel 2002 da Paolo Woods, Serge Michel e Claude Baechtold, Switzerland vs the World, presentato a Milano durante un lungo week end che parte oggi dalla Galleria Belvedere e si conclude domenica presso il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, passando per la libreria Micamera sabato pomeriggio.
Presentato a Perpignan durante una serata di proiezioni invero non straordinarie, ha divertito e incuriosito il pubblico, per l'intelligenza con cui gli autori smontano, ridicolizzandolo, il meccanismo della tipizzazione di persone, gruppi, oggetti, esasperando la presunta alterità svizzera, confrontata con alcuni dei variopinti gruppi sociali e nazionali incontrati dagli autori durante i loro viaggi intorno al mondo. La Svizzera è una Svizzera al cubo, ma anche gli afghani sono afghani senza se e senza ma, e tutti sono se stessi in maniera grottescamente totalitaria. Un monito contro qualsiasi assolutismo e tutte le granitiche certezze, un invito a diffidare del racconto mediatico. D'altro canto proprio la fotografia nel XIX secolo ha assistito le tesi strampalate di una pseudo scienza come la fisiognomica o rafforzato le convinzioni di antropologi pericolosamente contigui a posizioni razziste, come è stata compagna di viaggio perfetta per orientalisti di maniera, in cerca nei paesi esotici di un'idea di “altro” molto a priori, essendosi formata nel chiuso dei salotti dell'Europa nazionalista e imperialista del periodo. D'altro canto nel 2000, il fotografo tedesco Jens Liebchen ha mostrato nel libro DL 07 stereotypes of war i luoghi comuni dell'iconografia di guerra, inventandone una, fotograficamente coerente, laddove ne mancava una reale. Viviane Sassen, Prosper. From the series “Flamboya” New Documents. Così John Szarkowski intitolò la mostra con cui venivano presentati al Moma nel 1967 non solo tre autori che avrebbero cambiato la storia della fotografia documentaria, Diane Arbus, Lee Friedlander e Garry Winogrand, ma un diverso modo di guardare e raccontare il mondo, contemporaneamente personale e distaccato, privo di sentimentalismi e attratto dalle ambiguità della realtà e della visione. La medesima scelta è stata fatta dagli organizzatori della quarta edizione della Brighton Photo Biennial, curata da Martin Parr e in corso nella città inglese dal prossimo 1 ottobre. Per riflettere sui modi e i temi del documentario, Martin Parr ha scelto autori eterodossi, capaci di mescolare linguaggi diversi e di affrontare il racconto da punti di vista inediti, laterali. Mohamed Bourouissa, La République. From the series "Périphéries", 2006 Il paesaggio notturno degli argentini Alejandro Chaskielberg ed Esteban Pastorino Diaz fonde l’elemento naturale e l’artificialità della visione, mentre la storia è riletta attraverso la valorizzazione della fotografia famigliare, come da anni fa la casa editrice londinese Archive of Modern Conflict. Tema di grande attualità, la diversità sessuale è raccontata da Molly Landreth e Zoe Strauss, nelle cui opere si confondo documentazione e messa in scena. Significativamente autori come Alec Soth, Rinko Kawauchi e Stephen Gill sono stati incaricati di documentare la città di Brighton. La fragilità e la precarietà della condizione contemporanea è il soggetto di New Ways of Looking, in cui sembra che, finite le certezze dei moderni, si debba prendere atto dell’impossibilità di giudicare e raccontare la realtà in modo oggettivo ed esterno, da puri osservatori. Ecco allora i paesaggi muti di Wout Berger o i ritratti enigmatici di Viviane Sassen. Un documentario intriso di incertezze e ambiguità, che abbandona la pretesa di restituire un’idea coerente del mondo, uno specchio rotto in cui il confine tra realtà e illusione, tra osservazione e percezione si sfuma fino a scomparire, è certamente più vicino alle sensibilità di questi anni, proprio mentre si registra la stanchezza di altri linguaggi, legati a un’idea più tradizionale, e forse ambiziosa, di documentazione, come dimostrato dalle perplessità espresse da Renata Ferri sul blog del GRIN a proposito dell’ultima edizione di Visa Pour L’Image a Perpignan. Wout Berger, Big Bend Badlands Fotografare e sparare hanno in comune il gesto: prendere la mira, inquadrare in un mirino, azionare un interruttore, e, in inglese, il verbo: to shoot, che appunto identifica entrambe le azioni. Shoot! La Photographie Existentielle è intitolata una delle mostre più divertenti dell’edizione 2010 dei Rencontres d’Arles, la cui settimana inaugurale si è appena conclusa. Le mostre saranno visitabili fino al 19 settembre prossimo. Quest’anno le esposizioni sono raccolte in Promenade tematiche. Shoot ad esempio fa parte della Promenade Argentique, che riflette sul passaggio al digitale e la scomparsa della fotografia analogica. Se in Shoot bisogna almeno provare a farsi una foto letteralmente sparando (quasi) nell’obiettivo della macchina (e dunque a se stessi) e infine trovarsi tra i quattro fuochi delle sparatorie più famose del cinema, in La Seconde Histoire di Zhang Dali, si può non solo apprezzare la falsificazione sistematica della verità fotografica operata dalle autorità cinesi, ma anche confermare, semmai ce ne fosse bisogno, che il digitale in quanto a manipolazione non ha inventato nulla, semmai cambiato gli strumenti e forse i risultati. Lungo la Promenade Rock si incontrano la genesi, il trionfo e la fine dell'estetica punk in I am a clichè, e una mostra dedicata alla figura di Mick Jagger. Nella Promenada Argentine, dedicata alla fotografia argentina contemporanea, si va dalle provocazioni anticlericali e libertarie delle installazioni e dei fotomontaggi di Leon Ferrari, esposti nella église Sainte Anne, all’estetica atomica proposta da Gabriel Valansi, fino alle varie rivisitazioni del feroce periodo della dittatura dei generali. Passando ai premi, il Discovery Award di questa edizione è andato a Taryn Simon che con Innocents ha raccontato clamorosi errori giudiziari, mentre il nuovo Luma Award è andato all’artista americana Trisha Donnelly. Miglior libro contemporaneo è risultato Yutaka Takanashi, Photography 1965 – 74 di Roland Angst, Ferdinand Brueggemann e Priska Pasquer, pubblicato dalla berlinese Only Photography, mentre tra le pubblicazioni storiche ha vinto Japanese Photobooks of the 1960s and 70s di Ryuichi Kaneko e Ivan Vartanian, pubblicato da Aperture. Non mancano ovviamente le nuove suggestioni, tra cui quelle di Regeneration 2, che, sotto la guida di William Ewing e Nathalie Herschdorfer, prova a fare il punto sulla giovane fotografia contemporanea. Fuori dal festival mostre e gallerie del circuito off, tra cui i libri esposti nella galleria Garage. Nell'église des Fréres Prêcheurs si incontrano, tra le altre, le opere di Larry Fink, Dieter Appelt, Christer Stromholm, John Davies, della collezione di Marin Karmitz. Tutte le immagini sono tratte dal catalogo del Festival (Actes Sud) e dal libro Regeneration 2 (Aperture). “Is it (photography, ndr) a mirror, reflecting a portrait of the artist who made it, or a window, through which one might better know the world?” si chiedeva John Szarkowski nel 1978 concludendo il suo saggio per la mostra Mirror and Windows: American Photography since 1960. Con questa icastica espressione il grande critico americano individuava nell’atteggiamento dei fotografi americani due poli estremi, definendo così due gruppi, il primo idealmente riferito a Minor White (e prima di lui a Weston, Stieglitz, Adams), il secondo a Robert Frank (e ad Atget prima di lui). © Alexander Gronsky Gli autori selezionati per l’edizione 2010 del Festival di Fotografia Fotosintesi Piacenza dal titolo Sogno o son desto? Sleeping or Waking? (dal 30 aprile al 9 maggio) possono anch’essi essere classificati secondo una simile polarità, muovendosi lungo un asse in cui ad un estremo si trovano opere realizzate tramite associazioni visive, attraverso l’accumulazione di immagini allusive ed evanescenti prodotte secondo una sorta di scrittura automatica, di flusso di coscienza, quasi a replicare nella costruzione e nella forma i meccanismi e l’apparenza dei sogni stessi. All’estremo opposto invece si collocano quegli autori che, dopo aver analizzato i meccanismi del sogno e averli decostruiti, li hanno rappresentati in maniera lucida e razionale, a volte tramite la ripresa diretta del mondo, a volte attraverso vere e proprie “messe in scena” e ricostruzioni. La divisione non è rigida ovviamente, ma segnala un diverso atteggiamento non tanto verso la fotografia e non solo per la rappresentazione e la finzione artistica, quanto più generalmente verso il mondo e il posto dell’uomo rispetto al reale. © Lottie Davies |
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