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Tag: APPUNTI E RECENSIONI Ordina
In the summertime

Joni Sternbach, Surfers: 09.08.24 #5 Glenn

Ciao a tutti, Camera Lucida va in vacanza. Mare, montagna, città conosciute o da scoprire, insomma ovunque vi verrà in mente di stare o di andare vi auguriamo una bella estate. Ci rivediamo a settembre per un nuovo anno fatto di nuove immagini.Nel frattempo, per chi di voi si dovesse trovare a gironzolare in una di queste due città, vi lasciamo consigliando alcune mostre interessanti da poter visitare nel mese di agosto:Londra:

Foto8 Summershow 2010http://www.foto8.com/new/summer-show-mainmenu-191afia

The Photographer’s GallerySally Manhttp://www.photonet.org.uk/

New York:

Aperture galleryStates of Fluxhttp://www.aperture.org/gallery/Exit ArtECOAESTHETIC: The Tragedy of Beautyhttp://www.exitart.org/exhibition_programs/current_programs/ecoaesthetic.html Studio Museum in HarlemZwelethu Mthethwa: Inner Viewshttp://www.studiomuseum.org/exhibition/zwelethu-mthethwa-inner-viewsThe Center for Photography at WoodstockPhotography Now: Either/Andhttp://www.cpw.org/exhibitions/2010/pn10_neumann/pn10/pages/gallery_pn10.html

Se invece sarete al mare, beh, allora godetevi la vista!

Joni Sternbach, Surfers: 06.11.09 # Turtle Cove
Il senso del passato - Chino Otsuka

Si riparte dalla questione della memoria. Questione che sicuramente non è stata mai messa da parte nel rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione fotografica, ma che sembra oggi essere quanto mai urgente e attuale. Le immagini corrono e spesso non lasciano traccia. La rete pullula di informazioni, eppure questa crescita sembra non creare più memoria, ma anzi, provoca spesso un’amnesia continua. Da più parti, da tempo ormai, si alzano voci di una crisi irrimediabile del fotogiornalismo, anzi di una crisi della fotografia in generale. Ma quando si parla di crisi, spesso vuol dire semplicemente che le cose stanno cambiando. E finalmente verrebbe da dire. Scrolliamoci pure di dosso ormai l’appiccicosa e resistente nostalgia del fotogiornalista classico, alla Robert Capa per intenderci, eroica e affascinante figura di combattente per la verità. E’ stato bello e importante, è vero, finché è durato, ma sarebbe come ostinarsi a rimpiangere oggi, nell’epoca di internet, la prosa di Stendhal. La fotografia, il fotogiornalismo, ha bisogno di cercare nuove pratiche, nuove strategie, nuove narrative e nuovi interlocutori. Ha bisogno anche di trovare una funzione che non sia in competizione con altre più veloci forme di comunicazione.

Ecco che, quindi, molti giovani autori ripartono appunto dalla memoria. Luogo in cui nascono le narrazioni e in cui si esplorano identità personali e sociali. E per farlo, in molti, riaprono quella bibbia atea, come lo chiamava Ghirri, che è l’album di famiglia.

C’è chi lo fa con un’intenzione di racconto militante, (abbiamo parlato su questo blog dei lavori, fra gli altri, di Seba Kurtis e Gustavo Germano) con la voglia del fotogiornalista di indagare e di mostrare per comprendere la sua e la nostra storia.

C’è chi invece compie un gesto più riflessivo, rivolto a se stesso, alla propria identità, alla ricerca del proprio personalissimo passato. Già abbiamo parlato qui del lavoro di una giovane artista come Moira Ricci. Oggi invece è la volta dell’opera di un’altra autrice giovane: Chino Otsuka.

Giapponese, ma cresciuta a Londra, in Imagine Finding Me, Chino parte da istantanee della sua infanzia, all’interno delle quali inserisce un ritratto di lei adulta accanto all’immagine di lei bambina. Due donne diverse ma la stessa persona. Così spiega sul suo sito: “Un nuovo viaggio è cominciato, a bordo di una macchina del tempo costruita con strumenti digitali. Sto ritornando indietro, trasportata verso luoghi che un tempo mi appartenevano e città che una volta ho visitato, e all’arrivo ritrovo la “me”del passato. Navigando attraverso il labirinto della memoria, divento una turista della mia stessa storia. E durante tutto questo viaggio straordinario, tengo un diario”.

 

 

Arles, Rencontres 2010

Fotografare e sparare hanno in comune il gesto: prendere la mira, inquadrare in un mirino, azionare un interruttore, e, in inglese, il verbo: to shoot, che appunto identifica entrambe le azioni. Shoot! La Photographie Existentielle è intitolata una delle mostre più divertenti dell’edizione 2010 dei Rencontres d’Arles, la cui settimana inaugurale si è appena conclusa. Le mostre saranno visitabili fino al 19 settembre prossimo. Quest’anno le esposizioni sono raccolte in Promenade tematiche. Shoot ad esempio fa parte della Promenade Argentique, che riflette sul passaggio al digitale e la scomparsa della fotografia analogica. Se in Shoot bisogna almeno provare a farsi una foto letteralmente sparando (quasi) nell’obiettivo della macchina (e dunque a se stessi) e infine trovarsi tra i quattro fuochi delle sparatorie più famose del cinema, in La Seconde Histoire di Zhang Dali, si può non solo apprezzare la falsificazione sistematica della verità fotografica operata dalle autorità cinesi, ma anche confermare, semmai ce ne fosse bisogno, che il digitale in quanto a manipolazione non ha inventato nulla, semmai cambiato gli strumenti e forse i risultati.

Lungo la Promenade Rock si incontrano la genesi, il trionfo e la fine dell'estetica punk in I am a clichè, e una mostra dedicata alla figura di Mick Jagger.

Nella Promenada Argentine, dedicata alla fotografia argentina contemporanea, si va dalle provocazioni anticlericali e libertarie delle installazioni e dei fotomontaggi di Leon Ferrari, esposti nella église Sainte Anne, all’estetica atomica proposta da Gabriel Valansi, fino alle varie rivisitazioni del feroce periodo della dittatura dei generali.

Passando ai premi, il Discovery Award di questa edizione è andato a Taryn Simon che con Innocents ha raccontato clamorosi errori giudiziari, mentre il nuovo Luma Award è andato all’artista americana Trisha Donnelly.

Miglior libro contemporaneo è risultato Yutaka Takanashi, Photography 1965 – 74 di Roland Angst, Ferdinand Brueggemann e Priska Pasquer, pubblicato dalla berlinese Only Photography, mentre tra le pubblicazioni storiche ha vinto Japanese Photobooks of the 1960s and 70s di Ryuichi Kaneko e Ivan Vartanian, pubblicato da Aperture.

Non mancano ovviamente le nuove suggestioni, tra cui quelle di Regeneration 2, che, sotto la guida di  William Ewing e Nathalie Herschdorfer, prova a fare il punto sulla giovane fotografia contemporanea. Fuori dal festival mostre e gallerie del circuito off, tra cui i libri esposti nella galleria Garage.

Nell'église des Fréres Prêcheurs si incontrano, tra le altre, le opere di Larry Fink, Dieter Appelt, Christer Stromholm, John Davies, della collezione di Marin Karmitz.

Tutte le immagini sono tratte dal catalogo del Festival (Actes Sud) e dal libro Regeneration 2 (Aperture).

Studi tipologici - Olivier Cablat

Il contesto è tutto in fotografia. Così le immagini dei calciatori, le più classiche figurine Panini, sono decontestualizzate da Olivier Cablat e raggruppate secondo criteri del tutto diversi da quelli per cui sono state prodotte. Non contano le squadre, le nazionalità, i ruoli occupati in campo o il campionato a cui sono iscritti. In questi Studi Tipologici conta la forma del cranio, la posizione delle orecchie, la lunghezza del collo, da cui al caso dedurre addirittura attitudini comportamentali, come con Del Piero e Maldini. Il libro Schaden che ne consegue costituisce certamente un'acuta riflessione sulla fotografia, ma soprattutto un divertente e divertito omaggio ad una certa idea di calcio, quello delle figurine, quello dell'infanzia, efficace spunto anche per una serie dedicata ad un grande calciatore degli anni 80-90, il tedesco-romanista Rudi Voeller, immaginario musicista in Una discografia per Rudi Voeller.

Forever Young

Difficile immaginare che a Bob Dylan piaccia la fotografia. Non da un punto di vista estetico, ma filosofico. Figuriamoci quando è lui il soggetto. In perenne trasformazione, non è stato mai uguale a se stesso, rifiutando di essere inchiodato a semplice e monodimensionale icona del pacifismo e dei diritti civili all’inizio della carriera e a monumento a se stesso in questi suoi incredibili ultimi anni di carriera. Impossibile dare di lui un’immagine univoca, ogni concerto è diverso dal precedente, la mutazione fisica e vocale costante e imprevedibile, i gusti le passioni e le ossessioni in perenne fluire. A chi meglio che questo ragazzo di provincia, nato a Duluth, nel Minnesota, ma cittadino di nessun luogo e dunque di tutti, all’inseguimento di chissà quali demoni dalla fine degli anni 80 con la serie dei concerti del cosiddetto Never Ending Tour, si può applicare il “tutto scorre” eracliteo? E come raccontare una vita e una personalità di questo tipo? Inutile cercare di decifrare l’enigma in una delle sue tante pseudo-autobiografie, che giocano con lettore non rivelandogli quasi nulla, se non episodi marginali, gusti musicali, idiosincrasie, non chiarendo alcuno dei mille misteri di quasi cinquanta anni di carriera. Todd Haynes, regista di Io non sono qui, lo ha fatto interpretare da sei attori diversi, tra cui un bambino nero e una donna, la straordinaria Cate Blanchett, per rendere conto di questo perenne divenire. Pare che Dylan abbia apprezzato. Le fotografie sono pericolose, fissano un istante tra un milione e gli danno una valenza generale, pretendendo a volte addirittura di rivelare l’essenza e l'anima del soggetto, ovvero di farsi simbolo di un'epoca intera, attraverso le cosiddette icone. Raccontare un mondo, un periodo, una persona attraverso delle fotografie assume in quest'ottica davvero contorni donchisciotteschi e un po' infantili. La vita, la realtà è molto più complicata. Forte di questa consapevolezza anche la fotografia diventa, come qui, straordinario racconto di un divenire, priva di qualsiasi pretesa di assoluto. Un'ambizione più modesta forse, ma più in linea con la sensibilità moderna e con le sue effettive possibilità.

Nel libro da cui sono tratte queste riproduzioni, Early Dylan di Barry Feinstein Daniel Kramer e Jim Marshall con prefazione di Arlo Guthrie, vediamo il primo Dyaln, quello del periodo folk e della formazione, in trasformazione da timido ragazzino di provincia a idiosincratica star del rock and roll, lo vediamo nei concerti folk a Newport e pronto alla svolta elettrica. Il Forever Young di Dylan non è uno stato permanente congelato in un passato fissato e definito una volta per tutte, piuttosto uno stato dell'anima, una mutazione senza fine, che continua ben oltre l’adolescenza anagrafica. Chissà se in questa foto e in questo video con Johnny Cash ci si riconoscerebbe ancora.